Tirteo

Tirteo

Tirteo visse attorno alla fine del secolo VII a.C, nell’epoca in cui Sparta era impegnata nella seconda guerra messenica. Leggende elaborate in ambiente attico lo dicevano ateniese: secondo una tradizione già nota a Platone, gli Spartani, che si trovavano in difficoltà nella guerra, per consiglio del’oracolo di Delfi chiesero agli Ateniesi un comandante e questi per dileggio inviarono Tirteo, un maestro di scuola zoppo e folle, che tuttavia compose canti tanto pieni di ardore guerriero da infondere nuovo coraggio agli Spartani e condurli alla vittoria. Dietro questa leggenda si può vedere un’operazione di politica culturale maturata in ambiente ateniese, cioè il tentativo propagandistico di sottrarre agli Spartani il loro poeta nazionale facendo di lui, in sostanza, un esponente della civiltà attica; oppure questo può essere considerato uno spunto, elaborato negli ambienti aristocratici di Atene, per affermare un legame con l'elite militare spartana. Quanto alla figura del poeta deforme, si può vedere in questo elemento un tratto mitico e antropologico tradizionale: vale a dire la figura del prescelto, chiamato a salvare la comunità, e marchiato da una serie di menomazioni fisiche.

Tirteo in realtà fu un cittadino spartano a pieno diritto; egli appare infatti perfettamente integrato nel sistema ideologico della πόλις aristocratica. La lingua delle elegie di Tirteo è il dialetto ionico, ma vi sono tracce di una primitiva versione dorica (forme doriche si trovano infatti in punti in cui, per ragioni metriche, non fu possibile sostituirle). Dunque, in qualche momento della storia, le opere di Tirteo furono tradotte per un pubblico ateniese, e le sue elegie, passate in Attica, finirono per perdere l’originario colorito dorico. Le opere di Tirteo ftirono raccolte (come afferma il Lessico Suda) in cinque libri di elegie e canti di guerra (μέλη πολεμιστήρια); conosciamo il titolo di due raccolte di argomento parenetico e guerresco: Ἐυνομία («Il buon governo»), che celebrava la costituzione spartana, e ᾽Υποθήκαι («Le esortazioni» al combattimento). Di esse restano circa venti frammenti, alcuni di rilevante estensione.

L’ambiente in cui maturò la poesia di Tirteo è quello degli ὄμοιοι («gli uguali»), ossia i cittadini a pieno diritto che formavano l’aristocrazia militare dominante. Tirteo fu il bardo dell’ἀρετά («virtù guerriera») spartana e del κόσμος («l’ordine»), ossia la costituzione conservatrice della città. Una è l’idea sulla quale la sua poesia ritorna con assoluto rigore: essere coraggiosi, cioè sfidare la morte e sacrificare la vita per il bene collettivo. Le sue elegie non sono narrative (in senso omerico) ma parenetiche, e sono destinate alla comunità militare: secondo una testimonianza dell’oratore Licurgo, gli Spartani avevano promulgato una legge per la quale l’esercito prima della battaglia doveva radunarsi presso la tenda del re ad ascoltare l’esecuzione delle elegie di Tirteo «convinti che in questo modo avrebbero voluto massimamente morire per la patria».

Grande era peraltro l’impatto emotivo di questa poesia, recitata con l’accompagnamento del flauto: essa non celebra valori astratti, ma presenta singoli momenti della vita civile e guerriera, per i quali offre precisi modelli di comportamento. Tirteo lavora con immagini tradizionali, ma non per questo meno efficaci nella loro realistica crudezza (come quella del vecchio guerriero che muore rotolandosi nella polvere, stringendo tra le mani i genitali insanguinati). Ciò determina il timbro stilistico fondamentale dell’elegia tirtaica: è un tipo di poesia arcaica e rigida, nella quale le immagini vengono giustapposte formando quadri complessivi, «come se fossero dipinti» (Hermann Frankel), che ottengono la stessa efficacia comunicativa dei gruppi scultorei intrecciati in convulse scene di lotta sui frontoni arcaici. La lingua è ancora fortemente tradizionale, impregnata com’è da formule e schemi espressivi tipici dell’epica omerica.

Frammenti