Poeti lirici arcaici

  1. Archiloco                                           Saffo
  2. Tirteo                                                 Alceo
  3. Mimnermo                                         Stesicoro
  4. Anacreonte                                       Solone
  5. Focilide                                             Alcmane
  6. Ipponatte                                         

Archiloco

Archiloco nacque sull’isola di Paro nella prima metà del secolo vii a.C.: la datazione è assicurata dalla menzione da parte del poeta di un’eclissi solare (identificabile con quella del 6 aprile 648 a.C, fr. 122 West, v. 2-4) e da un riferimento al re di Lidia, Gige, che regnò nello stesso periodo (fr. 19 West). Il padre di Archiloco si chiamava Telesicle ed era un aristocratico che condusse una colonia a Taso «dove convenne la miseria di tutti i Greci» (dice Archiloco nel fr. 102 West); la madre, secondo la tradizione antica, sarebbe stata una schiava di nome Enipò.

Le notizie sulla vita del poeta provengono in parte dai frammenti della sua opera, in parte da vari biografi antichi: in particolare da due iscrizioni ritrovate a Paro, dove il poeta ricevette onori eroici. Una di queste iscrizioni (del secolo III a.C.), dedicata da un non meglio noto Mnesiepe, che era sacerdote di uno spazio sacro dedicato ad Apollo e alle Muse oltre che ad Archiloco (da cui prese il nome di Ἀρχιλοκεῖον), offre una biografia romanzata del poeta: inviato dal padre a pascolare una mucca, egli avrebbe incontrato un gruppo di donne (le Muse) che dopo aver scherzato con lui sarebbero scomparse insieme alla mucca lasciandogli in cambio una lira; l’episodio è evidentemente modellato su quello dell’iniziazione poetica di Esiodo. Emigrato dalla patria, Archiloco si trasferì a Taso, colonia della madrepatria, e condusse un’inquieta esistenza di poeta-soldato. Gli antichi filologi ritenevano, per una distorta interpretazione di alcuni suoi versi, che Archiloco fosse un soldato mercenario. Ma egli non fu affatto uno sradicato avventuriero, bensì un aristocratico che prese parte da protagonista alle vicende della madrepatria e alla lotta politica del periodo, contrassegnato da un’avventurosa espansione delle popolazioni greche verso ogni angolo del Mediterraneo per commerciare o per fondare nuovi insediamenti (il“Far West dei Greci”,come fu definito).

Altri elementi noti della sua biografìa sono gli spregiudicati amori con le due figlie di Licambe e il litigio con quest’ultimo, che si era rifiutato di concedergli in sposa una delle due ragazze. Neobuie. Secondo una tradizione concordemente attestata nell’antichità, Archiloco morì in battaglia combattendo contro la gente di Nasso. Si ricordava a questo proposito il responso della Pizia che cacciò dal tempio di Apollo a Delfi il suo uccisore Calonda con le parole: «Hai ucciso il servo del dio: esci dal tempio».

La produzione di Archiloco abbraccia varie forme di lirica monodica: giambi, elegie, epodi, tetrametri trocaici, ditirambi (questi ultimi erano canti rituali in onore di Dioniso, e proprio Archiloco ne offre la testimonianza più antica a noi giunta nel f.120 West). Fu un poeta di altissimo livello e di grande originalità, per l’intensità emotiva e la tensione formale dei suoi versi: Archiloco sembra infatti partecipare con totale adesione alle varie situazioni dell’esistenza, quasi eliminando ogni diaframma tra se stesso e la realtà.

Il mondo di Archiloco è fatto di sensazioni forti e dirette, rappresentate con un linguaggio di eccezionale vigore espressivo; la sua produzione poetica, della quale sopravvivono circa trecento frammenti, per la maggior parte di estensione ridotta o minima, tocca una notevole varietà di argomenti: da quelli tradizionali della lirica greca (il vino e l’amore) allo scherno contro gli avversari, che gli antichi consideravano il tratto più distintivo della poesia archilochea. Non mancano anche riflessioni di vita interiore espresse nella forma nuova del monologo (l’esortazione al proprio cuore, o θυμός, si trova talvolta anche in Omero, da cui Archiloco riprende, innovandolo, uno schema nel tempo stesso psicologico ed espressivo):

Cuore, cuore, sconvolto da sofferenze inevitabili, alzati, difenditi, opponi il petto agli avversari e stai saldo negli scontri faccia a faccia coi nemici, non ti vantare apertamente se prevali, se sei vinto non piangere, abbattuto dentro casa. "Gioisci delle gioie e soffri dei dolori,ma non troppo: impara il ritmo delle vicende umane."

Siffatte meditazioni di carattere generale o moraleggiante rientravano nelle forme narrative tradizionali della letteratura simposiale, in cui l’elemento sentenzioso si mescolava a temi di attualità.

Lo stesso tono diretto che anima la poesia autobiografica e politica di Archiloco si riscontra nei suoi versi d’amore. In essi non mancano momenti realistici e un gusto quasi libertino per gli aspetti più violenti della sessualità, ma talvolta il tono si addolcisce nella contemplazione di un gesto, isolato in un’immagine quasi onirica: 

"Giocava con un rametto di mirto

ed un bel fiore di rosa...

e la sua chioma

gli omeri ombreggiava e le spalle"

|Fr. 30 West]

Per Archiloco l’amore è una magica e impetuosa corrente di energia elementare che assale repentinamente una persona e spezza ogni difesa psicologica, lasciandola in potere del suo stesso desiderio. Esso è descritto con la sobrietà e l’oggettività dello stile arcaico: non è dunque l’indulgere a un atteggiamento malinconico o introspettivo, ma l’espressione dell’intensità del desiderio, visivamente tradotto in atteggiamenti: 

"Così grande brama d’amore mi s’è insinuata nel cuore,

e m’ha versato sugli occhi una gran nebbia,

rubandomi dal petto la tenera anima."

|Fr. 191 West;

In Archiloco l’amore è trattato con un grande ventaglio di sfumature: dal realismo crudo e osceno dell’Epodo di Colonia (fr. 196a West), alla dolcezza della contemplazione di una mano di fanciulla (fr. 118 West), alla consapevolezza della forza del desiderio che assale l’innamorato e lo sottopone a una sofferenza sottile e misteriosa. 

L’originalità di Archiloco si manifesta anche nell’anticonformismo con cui si misura con la morale aristocratica dell’onore e della virtù, così che in lui si possono distinguere due anime: erede della tradizione aristocratica per la sua capacità di vivere da protagonista una vita d’azione, Archiloco fu anche uno spregiudicato sostenitore della propria identità, con atteggiamenti di sfida alle idee convenzionali e di beffarda ironia proiettata su se stesso e sugli altri (atteggiamento che emerge in particolare nel famoso frammento Lo scudo gettato, fr. 5 West).

Non va comunque esagerato tale atteggiamento anticonformista poiché, anche se è vero che Archiloco svilisce alcuni valori tradizionali, in fondo egli esprime in forma più realistica e violenta, come voleva la tradizione del giambo, idee già presenti in certi passi della poesia epica.

Nella tradizione antica Archiloco era noto come poeta dello ψόγος («biasimo») per eccellenza, ma non perché fosse un amante della diffamazione gratuita e dell’insulto. È vero infatti che la “poesia del biasimo", affidata di norma al giambo, manifesta frequentemente atteggiamenti rissosi ed eccessivi, presentando l’aggressione verbale diretta come conseguenza di un’offesa ricevuta o dell’impossibilità di porre un freno alla propria natura violenta; ma essa va riportata a una finzione centrale nell’ambito di una comunità arcaica, vale a dire lo scontro politico e sociale all'interno delle tumultuose città della Ionia arcaica. Mettere in ridicolo un avversario politico o una famiglia rivale di cui si voleva denigrare la condotta era uno strumento di gestione e di controllo dell’opinione pubblica. Del resto, l’odio di Archiloco e di altri poeti del biasimo (come Alceo) verso l’avversario politico o l’amico di un tempo ha una profonda motivazione sociologica: l’eteria arcaica presuppone infatti un legame speciale tra amici, un legame che supera qualsiasi altro tipo di solidarietà; chi tradisce le leggi della comune amicizia diviene un reietto ed è sottoposto al biasimo collettivo e feroce dei compagni radunati a simposio.

La poesia del biasimo ha proprie costanti stilistiche: talvolta adotta un linguaggio violento e crudo, persino volgare (quando si tratta di vituperare un avversario davanti alla comunità degli amici); altre volte è ironica e gioviale (quando in un banchetto i convitati scherzano e si beffano reciprocamente). In Archiloco, ma non solo, è frequente l’espediente di porre il discorso di biasimo in bocca a un personaggio fittizio, chiamato dai moderni persona loquens, sia per proteggere il poeta da eventuali ritorsioni, sia per forzare il tono dell’ironia, rendendola oggettiva come se la critica fosse già di dominio comune.