Libro XII seconda parte

Scilla, dopo aver ascoltato il racconto di Glauco,

noncurante del suo dolore, andò via lasciandolo solo e

disperato. Allora Glauco pensò di recarsi all'isola di Eea

dove sorgeva il palazzo della maga Circe sperando che

potesse fare un sortilegio per far innamorare Scilla di lui.

Circe, dopo che Glauco ebbe raccontato il suo amore lo

ammonì duramente, ricordandogli che era un dio e

pertanto non aveva bisogno di implorare una donna

mortale per farsi amare e per dimostrargli quanto lui si

sbagliasse a considerarsi sfortunato, gli propose di unirsi a

lei. Ma Glauco si rifiutò di tradire il suo amore per Scilla e

lo fece in modo così appassionato che Circe, furiosa per

essere stata rifiutata a causa di una mortale, decise di

vendicarsi.

Non appena Glauco se ne fu andato, preparò un filtro e si

recò presso la spiaggia di Zancle, dove Scilla era solita

recarsi. Versò il filtro nel mare e ritornò quindi alla sua

dimora. Quando Scilla arrivò, accaldata dalla grande afa

della giornata, decise di immergersi nelle acque limpide.

Ma, dopo essersi bagnata, vide intorno a se mostruose

teste di cane, rabbiose e ringhianti. Spaventata cercò di

scacciarle ma, una volta fuori dall'acqua, si accorse che

quei musi erano attaccati alle sue gambe tramite un lungo

collo serpentino. Si rese allora conto che sino alle anche

era ancora una ninfa ma dalle anche in giù spuntavano sei

teste feroci di cane, ognuna con tre file di denti aguzzi.

Fu tale l'orrore che Scilla ebbe di se stessa che si gettò in

mare e prese dimora nella cavità di uno scoglio vicino alla

grotta dove abitava Cariddi. Era questa figlia di Forco (o di

Poseidone) e di Gea e per avere rubato a Eracle i buoi di

Gerione, Zeus la fulminò e la tramutò in un terribile

mostro marino (alcuni autori narrano invece che fu uccisa

da Eracle stesso, ma fu poi resuscitata da suo padre Forco)

destinandola a ingoiare e a rigettare tre volte al giorno

l'acqua del mare.

Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase

innamorato dell'immagine di grazia e dolcezza che la ninfa

un tempo rappresentava.

• Mentre Cariddi ingoia e rigetta tre volte al giorno

l'acqua del mare creando dei giganteschi vortici,

Scilla attenta alla vita dei naviganti con le sue sei

teste cercando di ghermire altrettanti marinai.

• Secondo Virgilio Scilla fu trasformata in un essere

che dal petto in su aveva sembianze di donna

mentre dal petto in giù aveva sembianze di lupo e

di pesce. Narra infatti Virgilio dell'Eneide (III, 681

689):

«Scilla dentro a le sue buie caverne

Stassene insidiando; e con le bocche

De' suoi mostri voraci, che distese

Tien mai sempre ed aperte, i naviganti

Entro al suo speco a se tragge e trangugna.

Dal mezzo in su la faccia, il collo e 'l petto

Ha di donna e di vergine; il restante

D'una pistrice, immane, che simili

A' delfini ha le code, ai lupi il ventre».