Libro XII

Le Sirene

Un canto che però resta ignoto, un enigma che giunge

intatto fino a noi. Non sappiamo che cosa cantassero

le Sirene, Omero non lo dice e la domanda non ha

smesso di esercitare il suo fascino, diventando il vero

potere di seduzione di queste mostruose fanciulle

suadenti.

Nessuno conosce la risposta. Sicuramente Odisseo,

avendo sentito solo gli inviti delle Sirene ad ascoltare

il loro canto, non ha una soluzione. Non ce l’ha

neanche Orfeo, il musicista divino che vinse il canto

delle Sirene con la musica della sua lira. E così

neanche Enea, che navigando sulla scia del viaggio di

Odisseo sentì solo il rumore delle onde infrangersi

sulle rocce. Dopo il passaggio di Odisseo, infatti, le

Sirene, umiliate e indispettite, si gettarono in mare e

furono trasformate in scogli.

• Secondo il racconto di Svetonio, l’imperatore

Tiberio, appassionato di mitologia, era solito

mettere alla prova i suoi amici grammatici

domandando loro cosa cantassero le Sirene.

• La domanda è ingannevole. Quello delle sirene è

indubbiamente un canto seducente: la loro voce

ammaliava i marinai, che nel tentativo di afferrarla

la seguivano a nuoto e perivano per

annegamento.

• Per sfuggire alla loro voce seducente, nel racconto

omerico Odisseo tura le orecchie dei compagni

con della cera e si fa poi legare all’albero maestro

per poter ascoltare il loro canto, senza però

restare imbrogliato nelle loro trame insidiose. Non

ci sono barriere al desiderio di conoscenza di

Odisseo, non c’è paura e non c’è un orizzonte. La

nave giunge all’isola delle sirene: il vento cessa e

le onde sono addormentate da un dio.

• Secondo Cicerone, il canto delle

Sirene nell’epopea omerica è una promessa

di conoscenza: Odisseo non fu attratto dalla

soavità del loro suono, ma dal desiderio

insaziabile di apprendere (De finibus bonorum et

malorum V, 18).

• Sembra che le Sirene non fossero solite richiamare

coloro che passavano di lì grazie alla soavità delle

voci o ad una certa novità e varietà del canto, ma

poiché dichiaravano di sapere molte cose,

cosicché gli uomini si incagliavano ai loro scogli

per bramosia d’imparare. Così infatti invitano

Ulisse.

• Il canto delle Sirene è un sottile e persuasivo

strumento di seduzione, in un legame inscindibile

tra amore e morte. Nel suo viaggio ultraterreno

Dante rivela in chiave cristiana l’incanto che le

Sirene suscitano e la morte che esse nascondono:

il poeta cede al dolce suono della voce di una

sirena, la stessa che aveva incontrato Odisseo nel

suo viaggio, diventata ora simbolo del peccato

fascinoso e dilettevole dei beni terreni.

“Poi ch’ella avea ‘l parlar così disciolto,

cominciava a cantar sì, che con pena

da lei avrei mio intento rivolto.

«Io son, cantava, io son dolce serena,

che’ marinai in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

Al canto mio; e qual meco s’ausa,

rado sen parte; sì tutto l’appago!»

Sirene

In Il silenzio delle Sirene Franz Kafka rivolge

l’enigma del canto alla modernità. In questo caso,

a Odisseo manca il coraggio dell’eroe omerico e si

tura le orecchie come i compagni. Nella

reinterpretazione del mito le Sirene hanno una

nuova arma: il silenzio, una finzione di morte e di

debolezza. Mancanza di eroismo, devozione verso

il divino o totale ignoranza? Kafka non dà una

risposta precisa, e resta il dubbio se il silenzio

delle Sirene sia un preludio al nulla della vita

umana o se sia Odisseo a non volerle più

ascoltare, rivelando la distanza dell’uomo nei

confronti del divino.

• Bertolt Brecht in La menzogna di Ulisse continua

la decostruzione del mito iniziata da Kafka e

afferma che le Sirene negarono il loro canto a

Odisseo, rifiutandosi di sprecare la loro arte per un

uomo meschino che non poteva cedere al loro

canto e che, in realtà, finse di sentire la loro voce

di miele. È il disprezzo che fa decidere loro di non

offrire la propria arte a chi pretende di saggiarla

senza esserne sedotto. Paragonando la poesia al

canto delle Sirene, Brecht si domanda come sia

ancora possibile l’arte se il pubblico non vuole

essere coinvolto. L’arte non ha più una dimensione

partecipativa e coesiva e l’uditorio, al pari di

Odisseo, non è in grado di lasciarsi trasportare da

un godimento passeggero. La poesia si trasforma

quindi, come il canto delle Sirene, in un insulto

rabbioso contro gli indifferenti.

• Secondo Italo Calvino le Sirene cantano «ancora

l’Odissea, forse uguale a quella che stiamo

leggendo, forse diversissima». Il canto delle sirene

continua a suscitare mille domande e, forse, è

proprio questo il suo segreto e la sua forza.

Sirene

Allora parlai ai compagni col cuore pieno di angoscia:

“Amici, non è giusto che una persona o due soltanto

sappiano quello che mi ha rivelato Circe divina. Io ve lo dirò,

affinché, consapevoli, possiamo affrontare la morte o

sfuggire al destino fatale. Per prima cosa ci impone di

evitare il canto divino delle Sirene e il loro prato fiorito.

Posso ascoltarle io solo: ma con saldissime funi dovete

legarmi perché io resti immobile, ritto alla base dell’albero -

ad esso siano fissate le corde. E se vi prego e vi ordino di

liberarmi, allora dovete stringermi con funi ancor più

numerose”.

Così ai miei compagni parlavo e dicevo ogni cosa.

Rapidamente intanto all’isola delle Sirene giunse la nave ben

costruita: la spingeva il vento propizio. Ma all’improvviso il

vento cessò e fu calma bonaccia, un dio placò le onde del

mare.

Balzarono in piedi i compagni, ammainarono tutte le vele e

sulla concava nave le posero, poi si misero ai remi e con i

legni ben levigati sollevavano la bianca schiuma. Io presi

intanto un grande disco di cera e con il bronzo lo feci a piccoli

pezzi, che premetti con le mie mani. Rapidamente fondeva la

cera, alla vampa del Sole, ai raggi di Iperione sovrano.

Sulle orecchie di tutti i compagni la spalmai, uno per uno.

Sulla nave poi mi legarono, coi piedi e con le mani, alla base

dell’albero, e ad esso furono fissate le corde. Poi si sedettero

e battevano il mare coi remi. Ma quando fummo a un tiro di

voce, pur navigando veloci, non sfuggì alle Sirene la nave che

passava vicina: intonarono un canto dolcissimo:

“Avvicinati dunque, glorioso Odisseo, grande vanto dei

Danai, ferma la nave, ascolta la nostra voce. Nessuno

mai è passato di qui con la sua nave nera senza

ascoltare il nostro canto dolcissimo: ed è poi ritornato

più lieto e più saggio. Noi tutto sappiamo, quello che

nella vasta terra troiana patirono Argivi e Troiani per

volere dei numi. Tutto sappiamo quello che avviene

sulla terra feconda”.

Così cantavano con voce bellissima. E il mio cuore

voleva ascoltare, ordinavo ai compagni di sciogliermi,

accennando loro con gli occhi. Ma sui remi si

curvavano essi. Ed Euriloco e Perimede si alzarono e

con altre funi mi legarono e ancor più mi strinsero.

Ma quando le oltrepassammo e più non sentivamo la

loro voce né il canto, subito i miei fedeli compagni si

tolsero la cera che sulle loro orecchie spalmai, e

sciolsero me dalle funi”.

Scilla e Cariddi

Quando lasciammo quell’isola, subito vidi del fumo e

un gran vortice d’acqua e udii un rombo. Ai compagni,

atterriti, sfuggirono di mano i remi che con un tonfo

ricaddero nella corrente. Là si fermava la nave, poiché

essi più non spingevano i remi dalla punta sottile. Ma

io percorrevo la tolda e incitavo i compagni con parole

suadenti fermandomi accanto a ciascuno:

“Amici, noi conosciamo i pericoli: e questo non è più

grande di quando il Ciclope a forza ci chiuse nel suo

antro profondo. Ma anche di là fuggimmo, per il mio

accorto consiglio e il mio valore: così anche di questo

potremo ricordarci, io credo. Ma fate ora tutti

come vi dico: voi, seduti sui banchi, battete coi remi le

acque del mare profondo, nella speranza che Zeus ci

conceda di salvarci e scampare al disastro. E a te,

nocchiero, io ordino questo: imprimilo bene nel cuore

perché sei tu a tenere la barra della concava nave:

da questo fumo tienla lontana, e dal vortice d’acqua, e

bada agli scogli, che non ti sfugga se vi si lancia

contro, che tu non ci mandi in rovina”.

Così parlavo, ed essi ascoltarono le mie parole. Non

dissi loro di Scilla, sciagura senza rimedio, perché dal

terrore non lasciassero i

remi per nascondersi dentro la nave. Dimenticai,

allora, l’ordine

severo di Circe, che mi imponeva di non rivestire le

armi: io invece

indossai le mie armi gloriose e stringendo due lunghe

lance in entrambe le mani salii sulla tolda: di là

pensavo che mi sarebbe apparsa sopra le rocce Scilla,

per fare del male ai compagni. Ma non riuscivo a

vederla: i miei occhi erano stanchi di scrutare

dovunque sul tetro scoglio. Navigavamo lungo lo

stretto, piangendo. Da una parte era Scilla, dall’altra la

divina Cariddi che stava inghiottendo, paurosamente,

l’acqua salata del mare. E mentre la rigettava, ribolliva

tutta mugghiando come un lebete su un gran fuoco:

da entrambe le parti in cima agli scogli ricadeva la

schiuma. E quando invece ingoiava l’acqua salata del

mare, ribolliva tutta al di dentro e intorno la roccia

risuonava orrendamente mentre di sotto appariva il

fondo nero di sabbia. Un tremendo terrore colse i

compagni. Tutti guardavano il mostro, temendo la

morte. E intanto Scilla dalla concava nave rapì

sei compagni, le braccia più forti, i migliori. Quando

volsi di nuovo lo sguardo alla nave veloce, cercandoli,

ne vidi, in alto, i piedi e le mani: sollevati per aria

urlavano, gridando il mio nome, allora per l’ultima

volta, col cuore straziato. Come quando su di uno

scoglio a strapiombo un pescatore adesca con cibo i

piccoli pesci gettando in mare un cannello di corno di

bue attaccato alla lenza lunghissima, e, preso il pesce

che guizza, lo getta lontano, così essi guizzavano

in aria contro le rocce. E là, davanti al suo antro, Scilla

li divorava urlanti, mentre tendevano le braccia verso

di me, nella lotta mortale. Fu la cosa più triste ch’io

vidi fra tutte quelle che sopportai solcando le vie del

mare.

Scilla e Cariddi 2

Nelle storie che ci sono state tramandate si narra che presso

l'attuale città di Reggio Calabria, vivesse un tempo la

bellissima ninfa Scilla, figlia di Tifone ed Echidna (o secondo altri

di Forco e di Crateis).

Scilla, cui la natura aveva fatto dono di una incredibile grazia, era

solita recarsi presso gli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi

nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar

Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un

rumore provenire dal mare e notò un'onda dirigersi verso di lei.

Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà

uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da

una folta barba verde e i capelli, lunghi sino alle spalle, pieni di

frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un

pescatore di nome Glauco che un prodigio aveva trasformato in

un essere di natura divina.

Scilla, terrorizzata alla sua vista perchè non capiva di che tipo di

creatura si trattasse, si rifugiò sulla vetta di un monte che

sorgeva nelle vicinanze. Il dio marino, vista la reazione della

ninfa, iniziò a urlarle il suo amore e a raccontarle la sua

drammatica storia. Era infatti un tempo Glauco un pescatore

della Beozia e precisamente di Antedone, un uomo come tutti gli

altri, che trascorreva le sue lunghe giornate a pescare. Un giorno,

dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad

asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, e aveva allineato i

pesci sull'erba per contarli quando, appena furono a contatto con

l'erba, iniziarono a muoversi, presero vigore, si allinearono in

branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno al

mare.

Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare a un

miracolo o a uno strano capriccio di un dio. Scartando però

l'ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile

pescatore come lui, pensò che il fenomeno dipendesse dall'erba

e provò a ingoiarne qualche filo. Come l'ebbe mangiata, sentì un

nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura

umana fino trasformarlo in un essere attratto irresistibilmente

dall'acqua.

Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che

pregarono Oceano e Teti di liberarlo dalle ultime sembianze di

natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta

la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in

giù fu mutato in un pesce.

Ecco come Ovidio (Metamorfosi, XIII, 924 e sgg) narra

l'episodio:

«Era un bel prato lì presso la spiaggia, cui parte copriva

L'onda del mare, cingevano parte le tenere erbette,

Che le giovenche cornute non morsero lè quiete

Pecore mai non brucarono nè mai l'irsute caprette.

...Per primo

Sopra quel cespo sedetti seccando le madide nasse;

E, per contarli, sul prato disposi con ordine i pesci

(...)

Tutti quei pesci cominciarono a muoversi al tocco dell'erba,

Guizzano e saltano in terra così come fossero in mare.

Mentre mi indugio e stupisco, lo stuolo di tutti quei pesci

Gittasi dentro nell'onde native e me lascia e la spiaggia.

(...)

Mi meraviglio, rimango perplesso, ne cerco la causa,

se qualche nume abbia fatto il miracolo o il succo dell'erba.

Ma qual'è l'erba così portentosa? Ne velsi un pugnetto

Con una mano e la morsi coi denti. Ma come la gola

Ebbe inghiottito l'incognito succo, sentii trepidarmi

Tosto i precordi e nel petto l'amore di un altro elemento.

Poco potei rimanere sul lido e sclamai: - Vale, terra,

Dove non ritornerò! - e m'immersi col corpo nell'onde.

Gli dei marini degnarsi d'accogliermi come compagno;

Pregar l'Oceano e Teti di tormi la parte mortale.

(...)

Quando rinvenni trovai che del tutto non ero più quello

c'ero già stato pel corpo e che l'animo aveno diverso.

Di verde cupo mi vidi la barba allor tinta la prima

Volta ed i lunghi capelli che strascico sul vasto mare;

Vidi le braccia cerulee e gli omeri fatti stragrandi

E, come cosa di pesce, ricurve le gambe all'estremo».