Libro VI

Libro VI

Ridotto al punto più basso delle sue fortune, Odisseo è arrivato a Scheria, la terra dei Feaci. Lentamente

emerge dalla catastrofe sino a conseguire onori e riconoscimenti: questa è l’essenza dei libri VI – VIII, la

Feacide.

2. Sebbene remoti e isolati, i Feaci sono i primi uomini che Odisseo incontra dopo la perdita dei compagni, otto

anni prima.

3. I Feaci sono irreali, come Calipso e hanno un’esistenza solo letteraria. Nella narrazione Omero combina tre

elementi:

- I Feaci sono coloro che soccorrono il naufrago.

- Scheria è un paradiso terrestre.

- la principessa Nausicaa è “colei che aiuta” l’eroe.

Il secondo e terzo elemento, come le storie di Circe e Calipso, sembrano varianti della storia del “Marinaio

naufragato”, nota dalla letteratura egiziana del secondo millennio.

“Là dormiva così, il paziente divino Odisseo, vinto dalla

stanchezza e dal sonno. Atena si recò intanto alla città dei

Feaci. Essi abitavano un tempo in Iperea spaziosa, vicino ai

prepotenti Ciclopi, che li depredavano ed erano molto più

forti di loro. Di là li portò via Nausitoo simile a un dio, e li

condusse a Scheria, lontano da tutti gli uomini che

mangiano pane, di mura circondò la città, fabbricò case,

innalzò templi agli dei e divise la terra. Ma poi, vinto dal suo

destino, egli discese nell’Ade, e Alcinoo regnava in quel

tempo, Alcinoo dalla mente divina. Alla sua casa andava la

dea dagli occhi lucenti, pensando al ritorno del generoso

Odisseo. Andò verso la stanza dai ricchi ornamenti dove

dormiva – simile a una dea nel volto e nella figura - una

fanciulla, Nausicaa, figlia del grande Alcinoo; due ancelle,

pari alle Grazie, stavano accanto agli stipiti: erano chiusi i

luminosi battenti. Come soffio di vento la dea volò verso il

letto della fanciulla, si fermò sopra il suo capo e le parlò,

somigliando alla figlia di Dimante - per le sue navi famoso -,

che aveva la sua stessa età ed era cara al suo cuore. A lei

somigliando disse la dea dagli occhi lucenti:

Nell’episodio dei Feaci la componente fantastica (navi magiche, giardini sempre ricchi di frutta) è così

intensa che sarebbe assurdo vederci qualche elemento storico.

- Omero spiega che i Feaci sono “coloni” e la loro città viene concepita come una “πόλις”. La motivazione

della colonia, cioé. il timore di vessazioni in patria, è tipica della fine dell’età micenea.

“.Perché sei così negligente, Nausicaa? Giacciono

trascurate le splendide vesti, e il giorno delle tue nozze è

vicino, quando dovrai indossarle tu stessa, e offrirle a

coloro che ti condurranno lontano. Appena sorge l’alba,

andiamo a lavare le vesti. Io ti seguirò e ti aiuterò perché

tu sia pronta al più presto. Non resterai a lungo fanciulla:

da tempo ti chiedono in sposa i migliori fra tutti i Feaci,

alla cui stirpe tu stessa appartieni. Orsù, chiedi al tuo

nobile padre che ti prepari, all’alba, il carro e le mule, per

trasportare vesti, pepli e mantelli stupendi; per te sarà

molto meglio che andare a piedi, sono molto lontani dalla

città i lavatoi.….”

“Ma quando alle belle acque del fiume furono giunte,

dov’erano i lavatoi perenni, e molta limpida acqua

scorreva, tanta da ripulire anche vesti assai sporche,

allora sciolsero dal carro le mule e verso il fiume

impetuoso le spinsero, a pascolare l’erba dolcissima. Dal

carro poi presero tutte le vesti, le immersero nell’acqua

bruna e fecero a gara per pigiarle velocemente dentro le

pozze. E dopo che ebbero lavato e ripulito tutto lo sporco,

le distesero in fila in riva al mare, là dove l’acqua lava e

rilava i ciottoli sulla battigia. Poi fecero il bagno, si unsero

d’olio lucente e sulla riva del fiume presero il cibo,

aspettando che le vesti asciugassero ai raggi del sole.

Quando furono sazie di cibo, lei e le ancelle, gettarono i

veli lontano e giocarono a palla.”

“Ma quando giunse il momento di fare ritorno a casa,

dopo aver aggiogato le mule e piegato le bellissime vesti,

allora Atena dagli occhi lucenti pensò a fare in modo che si

svegliasse Odisseo, vedesse la bella fanciulla e che lei lo

guidasse alla città dei Feaci. Gettò la palla a un’ancella, la

principessa, ma sbagliò il tiro e la palla cadde nell’acqua

profonda. Le fanciulle gettarono un grido, si risvegliò il

divino Odisseo. E subito si levò a sedere, pensando in cuor

suo: «Ahimè, in quale terra sono, tra quali uomini? Gente

violenta e selvaggia che non conosce giustizia, o persone

ospitali che hanno timore di dio? Ho udito un grido di

giovani donne, sono le ninfe che abitano le alte vette dei

monti, le sorgenti dei fiumi e i prati coperti d’erba? o vicino

ad esseri umani mi trovo? Ora voglio cercare e vedere io

stesso». Disse così, e di sotto i cespugli uscì il divino

Odisseo: dalla fitta boscaglia con le sue forti mani divelse

un ramo pieno di foglie, per ricoprire le nudità del suo

corpo; e venne avanti, come un leone sui monti, che della

sua forza si fida e sotto la pioggia ed il vento avanza, gli

occhi mandano lampi. Va a caccia di buoi o di pecore o di

cerbiatte selvatiche; la fame lo spinge a entrare anche in

un chiuso recinto, per assalire le greggi. Così era Odisseo

che, tra le fanciulle dai bei capelli, stava per giungere,

nudo: la necessità lo spingeva. Apparve loro coperto di

salso, orribile: fuggirono esse per ogni dove, verso i lidi

marini. Solo la figlia di Alcinoo rimase”.

 

“E subito a lei si rivolse con parole suadenti ed accorte:

«Signora, io ti supplico. Sei una dea o una donna? Se

appartieni agli dei che possiedono il cielo infinito, ad

Artemide io ti assomiglio, la figlia del sommo Zeus, per il

tuo aspetto e l’altezza della figura. Ma se ai mortali, che

vivono sulla terra, appartieni, allora tre volte felici sono

tuo padre e tua madre, tre volte felici i fratelli: il loro

cuore è sempre colmo di gioia quando vedono entrare

nelle danze questo fiore bellissimo. Ma più di tutti al

mondo felice colui che, colmandoti di doni nuziali, ti

porterà nella sua casa. Io non ho visto mai, con i miei

occhi, una tale bellezza, né uomo né donna. Ti guardo, e

lo stupore mi prende. A Delo un tempo, vicino all’altare di

Apollo, vidi levarsi così una giovane palma - giunsi anche

a Delo infatti, e molti mi seguivano nel viaggio che

doveva procurarmi crudeli dolori. Anche allora stupii

nell’animo quando la vidi, la terra non ne produsse mai

una simile. E così te io ammiro, e stupisco, e di toccare le

tue ginocchia ho molta paura; ma in cuore ho un’angoscia

terribile. Sono scampato al mare colore del vino ieri, ed

era il ventesimo giorno da che le onde e le tempeste

impetuose mi trascinavano, dall’isola Ogigia; ora mi ha

gettato qui un demone, perché anche qui io soffra

sventure: e non credo che sia finita, prima gli dei mi

faranno ancora molto patire. Abbi pietà, signora. A te per

prima, dopo tanto dolore, io vengo supplice, non conosco

nessuno di quelli che vivono in questa città, in questa

terra. Dimmi dov’è la città, dammi un cencio per

ricoprirmi, di quelli che avevi per avvolgere i panni,

quando sei venuta fin qui. E che gli dei ti concedano tutto

quello che il tuo cuore desidera, una casa, un marito, e un

felice accordo tra voi: nulla è più bello e più prezioso di

questo, quando moglie e marito con un’anima sola

governano la loro casa. Provano molta invidia i nemici,

gioia invece gli amici. Ed essi acquistano fama".

“A lui rispose Nausicaa dalle candide braccia: «Straniero,

tu non mi sembri né malvagio né folle. La fortuna, è Zeus

che la distribuisce agli uomini, ai buoni e ai malvagi, come

vuole, a ciascuno. A te ha dato in sorte questo, bisogna che

tu lo sopporti. Ma ora, poiché alla nostra città, alla nostra

terra sei giunto, non ti mancheranno le vesti né

nessun’altra cosa di ciò che è giusto riceva un supplice, un

infelice. Ti indicherò la città, ti dirò il nome del popolo.

Abitano questa città e questa terra i Feaci, e io sono la

figlia del generoso Alcinoo, che tra i Feaci ha il potere

supremo".

Libro VII

“Attraversò la sala il paziente divino Odisseo, avvolto nella

nebbia che Atena gli versava intorno, e giunse accanto al

re Alcinoo e ad Arete. Alle ginocchia di Arete stese le

braccia Odisseo ed ecco allora la magica nebbia si sciolse.

Tacquero tutti nella sala, al vederlo, lo guardavano con

meraviglia. Intanto pregava Odisseo: «Figlia del divino

Rexenore, Arete, alle ginocchia tue e del tuo sposo io

vengo, dopo aver molto sofferto, davanti a questi invitati:

gli dei concedano loro la fortuna di vivere e di lasciare ai

figli la ricchezza in casa e l’onore concesso dal popolo. A

me date invece una scorta, che al più presto possa

giungere in patria perché da tempo, lontano dalla famiglia,

vado soffrendo".

“Prese allora a parlare Arete dalle bianche braccia;

riconosceva, vedendoli, il mantello, la tunica, le belle vesti

che lei stessa aveva tessuto insieme alle ancelle. E gli

rivolse la parola e gli disse: «Ospite, questo ti chiederò per

prima cosa io stessa: chi sei? Da dove vieni? chi ti donò

queste vesti? Non hai detto che sei giunto qui errando sul

mare?». A lei rispose il prudente Odisseo: «È difficile, mia

regina, narrare dal principio alla fine le mie sventure,

perché gli dei del cielo me ne inflissero molte. Ma ti dirò

quello che mi chiedi e domandi. Lontano di qui, in mezzo al

mare, c’è un’isola, Ogigia, dove vive la figlia di Atlante, la

scaltra Calipso dai bei capelli, dea potentissima”.                                       continua