Libro IV, IIa parte. Libro V

“E mentre questo meditava nella mente e nel cuore, Elena uscì dal talamo alto, odoroso,

bella come Artemide dalle frecce d’oro. Per lei collocò Adreste un bellissimo seggio,

Alcippe portò dei tappeti di morbida lana”.

“Sedette sul seggio, con uno sgabello ai suoi piedi. E subito rivolgeva domande al suo

sposo: «Sappiamo dunque, Menelao divino, chi sono gli uomini che giunsero alla nostra

dimora? Sarà vero o falso, ma il cuore mi spinge a parlare. Non ho mai visto persona così

somigliante, né uomo né donna -guardo e lo stupore mi prende -, come somiglia costui al

figlio del grande Odisseo, a Telemaco che in casa lasciò appena nato quando per me,

indegna, per causa mia, gli Achei assediarono Troia, muovendo un’audacissima guerra.."

“Come quando una cerva nella tana di un fiero leone fa annidare i suoi cerbiatti appena

nati, e mentre va a pascolare per le forre e le valli erbose, quello torna alla tana e

miseramente li uccide: così a costoro Odisseo darà una misera morte”.

“Due soli capi dei Danai dalle corazze di bronzo morirono durante il ritorno. Uno, ancora

vivo, è trattenuto da qualche parte, sul mare. È morto Aiace, sono andate perdute le sue

navi dai lunghi remi. Dapprima Poseidone lo spinse verso le rupi Giree, gigantesche

scogliere, e lo salvò dai marosi. E sarebbe sfuggito alla morte, nonostante l’odio di Atena,

se non avesse detto parole arroganti; fu un terribile errore. ‘Sono scampato agli abissi del

mare a dispetto dei numi’, disse, e Poseidone udì le superbe parole. Subito, con le mani

possenti brandì il suo tridente, colpì la scogliera spezzandola in due: un pezzo rimase

dov’era, l’altro, sul quale si trovava Aiace quando commise il suo folle errore, precipitò e

lo travolse tra le onde del mare infinito”.

“Al destino di morte sfuggì tuo fratello, lo evitò sulle sue concave navi: in salvo lo trasse

Era onnipotente. Ma quando già stava per giungere a Malea, il promontorio scosceso,

una tempesta lo trascinò, con suo grave dolore, sul mare, agli estremi confini del campo

dove un tempo aveva dimora Tieste, e dove allora Egisto, figlio di Tieste, abitava. Quando

di là sembrò sicuro il ritorno, gli dei volsero il vento a favore ed essi giunsero a casa. Pieno

di gioia sbarcò nella sua patria Agamennone e baciò il suolo, toccandolo; già molte

lacrime aveva versato quando intravide, lieto, la terra. Ma dalla vedetta lo scorse il

guardiano che aveva posto il perfido Egisto dopo avergli promesso due talenti d’oro come

compenso. Per un anno rimase a vegliare costui perché l’Atride non gli sfuggisse al suo

ritorno, e avesse il tempo di ricordare la sua audacia guerriera.

Si mosse allora verso la reggia per portare l’annuncio al signore. E subito Egisto ordiva

l’inganno. Scelse fra il popolo venti uomini forti e li dispose per un agguato; in altro luogo

ordinava poi di preparare un banchetto. Lui andò a invitare Agamennone, signore di

popoli, con carro e cavalli, meditando un atto infame. Ignaro del suo destino così lo

condusse alla morte e dopo averlo invitato al banchetto lo uccise, come si uccide un toro

alla greppia. Dei compagni del figlio di Atreo, che lo seguirono, e di quelli di Egisto,

nessuno rimase in vita, tutti furono uccisi dentro la casa”.

Libro V

Nel libro V, Omero presenta il suo eroe, Odisseo, i cui

epiteti fondamentali sono:

1. Πολύτλας si riferisce alla forza d’animo di Odisseo. Per questo motivo, ce lo fa vedere nella condizione più

bassa, quella di un naufrago solo e nudo, perché vuole che il rientro a casa cominci dal basso.

2. Πολύμητις, cio. sagace, astuto, opportunista. Queste due caratteristiche aiutano ad introdurre Odisseo,

nella scena con Calipso.

3. Calipso . una creatura misteriosa. E’ “chi lo nasconde”.

Secondo un’interpretazione, . una figura delle credenze popolari, una dea della morte, colei che nasconde gli

uomini e la sua isola rappresenta una sorta di Elisio.

4. Secondo la maggioranza degli interpreti è semplicemente la dea incantatrice di un’isola incantata.

Il poeta deve unire, in questo libro, due episodi:

- la partenza di Odisseo da Ogigia

- il suo naufragio nei pressi di Scheria.

Il primo episodio comprende:

- un concilio degli dei

- la partenza e il viaggio di Ermete

- l’arrivo e la buona accoglienza da parte di Calipso

- il dialogo fra Ermete e Calipso

- ciò che Calipso riferisce a Odisseo

- la costruzione della zattera

Il secondo episodio è costituito da:

- il viaggio di Odisseo

- la tempesta

- l’intervento di Leucotea

- il naufragio

- i pericoli corsi da Odisseo

- l’approdo a Scheria

Sia nel passaggio dal libro IV al libro V, sia in quello dal libro V al libro VI, il poeta deve cambiare lo scenario

della sua narrazione e avviare una nuova sequenza di temi: In entrambi i casi, Omero sfrutta un

accorgimento: sono gli dei a portare innanzi l’azione drammatica.

“Si levò dal letto di Titone glorioso l’Aurora, che

portava la luce agli dei e agli uomini. E sedettero in

consiglio gli dei, insieme a Zeus signore del tuono, che

ha il potere supremo. A loro i molti affanni di Odisseo

Atena ricordava e narrava: si dava pena per lui che

era presso la ninfa Calipso”.

- Titone era figlio di Laomedonte, pronipote di Ganimede, il coppiere degli dei. Il suo era un destino tragico, in quanto   era  ἀθάνατος (immortale) ma non γήραος (esente da vecchiaia).

- Viene inviato Ermete e non Iride, come di solito, in quanto il dio è parente di Calipso, figlia di Atlante

e perché egli era molto persuasivo.

- Ermete era detto anche “argheifonte”, cioé uccisore di Argo; nell’episodio di Io, Era affida la giovenca al custode      Argo dai cento occhi, che Ermete ucciderà.

“Fu sulla Pieria, e allora dal cielo piombò sul mare e si

lanciò sull’acqua come un gabbiano che nei cupi

recessi del mare profondo va a caccia di pesci

immergendo le ali nell’acqua salata; come un

gabbiano volava Hermes sulle onde infinite.”

- La Pieria era un monte dove risiedevano le Pieridi, cioé le Muse.

“Ardeva un gran fuoco, sul focolare, bruciavano il cedro e la tenera tuia, e il loro profumo si diffondeva lontano,

nell’isola. Lei, con la sua bella voce, cantava e tesseva, muovendo sul telaio la spola dorata. Cresceva, intorno alla

grotta, un fitto bosco di ontani, di pioppi e cipressi odorosi. Qui facevano il nido uccelli dalle grandi ali, gufi, sparvieri, e cormorani, i chiassosi corvi del mare. Si stendeva, intorno alla grotta profonda, una vite fiorente, piena di grappoli.

Quattro sorgenti di acqua chiara sgorgavano, una vicina all’altra, ma volgevano in direzioni diverse. Teneri prati di

viole e di sedano fiorivano intorno: qui anche un dio, se fosse giunto, si sarebbe incantato a guardare, col cuore

pieno di gioia”.

- La descrizione dell’isola Ogigia é così ricca di particolari affascinanti, esotici, proprio perché deve dare l’idea di un

posto dove, come dice Omero, anche un dio si sarebbe fermato volentieri. Allo stesso tempo è un’isola disabitata,

dove Odisseo è abbandonato e completamente solo.

“Non trovò nella grotta il valoroso Odisseo: seduto in riva al

mare, là dov’era sempre, piangeva, straziando il suo cuore

con gemiti e lacrime, e piangendo guardava il mare

infinito”.

“Zeus mi ha ordinato di venire qui, mio malgrado. Ma un

dio non può trascurare il pensiero di Zeus, signore

dell’egida, né renderlo vano. Egli dice che qui c’è un uomo,

infelicissimo tra coloro che intorno alla città di Priamo

combatterono per nove anni e il decimo anno, distrutta la

città, tornarono a casa. Durante il ritorno essi recarono

offesa ad Atena, che contro di loro sollevò vento contrario e

alti marosi. Morirono tutti, i valorosi compagni, lui fu

sospinto qui dalle onde e dal vento. Ora Zeus ti comanda di

farlo partire al più presto: non è destino che egli muoia in

quest’isola, lontano dai suoi, ma è scritto che riveda i suoi

cari, che all’alta dimora ritorni, e alla terra dei padri".

“E la ninfa, udito il messaggio di Zeus, si recava dal

generoso Odisseo. Lo trovò sulla riva, seduto: con gli occhi

sempre bagnati di lacrime, consumava la vita sospirando

il ritorno. Non gli piaceva più, la ninfa Calipso: di notte,

suo malgrado, dormiva, nell’antro profondo, pur non

volendo, accanto a lei che lo voleva. Ma di giorno, sulle

rocce in riva al mare, con gemiti e lacrime straziava il suo

cuore, e piangeva, guardando il mare infinito. Gli fu

accanto, la dea, e gli disse: «Non piangere più, infelice,

non rovinarti la vita. Ti lascerò partire, ormai, di buon

animo”.

“Per diciassette giorni solcava le acque, il diciottesimo

apparvero i monti ombrosi della terra dei Feaci, dalla

parte a lui più vicina: sul mare fosco, era come uno scudo.

Mentre tornava dagli Etiopi, lo vide Poseidone possente,

da lontano, dai monti Solimi, lo vide che navigava sul

mare. Si infuriò terribilmente nel cuore e scuotendo il

capo, disse fra sé: «Certo hanno deciso diversamente gli

dei per Odisseo, mentre io ero presso gli Etiopi. È già vicino

alla terra dei Feaci, dove è destino che scampi alle grandi

sciagure che lo minacciano. Ma io dico che lo renderò

ancora sazio di guai".

“Si piegarono, a Odisseo, le gambe e le braccia possenti:

era vinto dal mare. Tutto il corpo era gonfio, grondava

acqua salata dal naso e dalla bocca: senza voce e senza

respiro giacque sfinito, colto da tremenda stanchezza. Ma

quando riprese fiato e coraggio nel cuore, allora si tolse di

dosso il velo divino. Lo gettò nel fiume, che al mare scorre,

e le onde con la corrente lo portavano indietro: rapida Ino

lo afferrò con le mani. Odisseo, uscito dal fiume giacque in

mezzo alle canne e baciò la terra feconda”.