Libri X - XI

Riassunto Libri IX - XII

 

  1. Dopo la guerra, Ulisse sbarca nella terra dei Ciconi e saccheggia la città di Ismara, nella regione della Tracia.
  2. Costretto alla fuga (nella quale egli perde alcuni uomini), Ulisse approda all'isola dei Lotofagi, i "mangiatori di loto", un fiore che fa dimenticare il passato
  3. Poi alla terra dei Ciclopi, mostruosi giganti pastori con un solo occhio.
  4. Ulisse si dirige poi da Eolo, dio dei venti, il quale dona loro un otre, racchiudente i venti contrari alla navigazione. Sfortunatamente, però, proprio nel momento in cui già appare all’orizzonte l’amata Itaca, i compagni, credendo che l’otre celi un tesoro, lo aprono, liberando i venti sfavorevoli che rispingono le navi di Ulisse in alto mare.
  5. L'eroe approda poi nella terra dei Lestrigoni, dei giganti cannibali che fanno strage dell'equipaggio di Ulisse, che fugge con l'unica nave superstite verso l'isola di Eea.
  6. Qui la seducente maga Circe, invaghita del protagonista, trasforma il resto della truppa in maiali: Odisseo spezzerà l'incantesimo solo grazie ad un'erba magica donatagli da Ermes.
  7. Dopo un soggiorno di quasi un anno presso la maga, quest'ultima lo invia nel paese dei Cimmeri, da cui Ulisse potrà scendere nell'Ade. Qui egli incontra molti eroi greci, tra cui Agamennone, Achille ed Eracle e soprattutto l'indovino Tiresia, che gli predice la lotta contro i Proci, lo invita a prestare attenzione alle vacche del dio Iperione e gli annuncia una misteriosa morte lontano dalla patria.
  8. Ulisse torna da Circe e, seguendo i suoi consigli, riparte per mare. Incrociando le Sirene, egli tura le orecchie dei compagni con della cera e si lega all'albero della nave, per ascoltare il canto delle creature mitologiche senza cedervi (e quindi naufragare).
  9. Ulisse supera poi i mostri Scilla e Cariddi, posti all'altezza dello stretto di Messina, e approda in Trinacria, l'attuale Sicilia.
    1. Qui i compagni, stremati dal lungo viaggio e dalla fame, si cibano delle vacche del dio Sole provocando l’ira del dio, che si vendica con una tempesta non appena essi riprendono il mare.
    2. Unico superstite, Odisseo giunge all’isola di Calipso, dove rimane per otto anni.

Il mito di Odisseo nel tempo

 

Il personaggio di Ulisse, le cui avventure sono narrate nei libri dell’Odissea (che proprio dall’eroe greco prende il nome), ha agito con gran forza sull’immaginario di numerosi scrittori, fra Ottocento e Novecento, fino ad entrare a far parte della cultura comune Europea. La sua proverbiale curiositas, la sua intraprendenza e la sua (non meno proverbiale) astuzia ne fa un vero e proprio simbolo dell’essere umano, oggettivazione concreta di tutte quelle capacità ed abilità che lo rendono tale, esempio per la cultura greca e non solo.

Forse l’Ulisse più noto è quello della commedia dantesca, reso da Dante un exemplum della concezione della conoscenza medievale. Ulisse, infatti, è stato condotto alla morte dalla sua sete di sapere. Superate le colonne d’Ercole giunge fino alla vista della montagna del Purgatorio, ma qui una terribile tempesta, strumento della giustizia divina, inghiotte per sempre la sua nave.

Il “folle volo” di Ulisse, come Dante stesso lo definisce, è allegoria della degenerazione delle capacità e della curiosità umana: l’arroganza.

Il viaggio di Ulisse è folle proprio perché va contro la volontà divina e senza la sua benedizione l’uomo non ha alcuna possibilità di successo.

L’exemplum ha l’obiettivo di fornire un codice di comportamento (ottenuto rovesciando le caratteristiche di Ulisse) all’uomo cristiano: che deve sottostare alla volontà divina, la quale pone dei limiti alla conoscenza umana nella sua vita terrena.

Ulisse compare in uno dei sonetti più celebri di Ugo Foscolo, A Zacinto, in cui l’eroe omerico è tornato finalmente a casa “bello di fama e di sventura” e può finalmente baciare la sua “petrosa Itaca”. In questo caso Ulisse si rivela il personaggio più adatto al tema romantico dell’esilio, che tocca in maniera concreta lo stesso Foscolo.

L’esilio, infatti, testimonia non solo un allontanamento fisico dalla propria terra, ma anche un allontanamento morale dalla società in cui l’uomo romantico inizia a non riconoscersi più, mostrando già i segni di quella crisi che investirà in pieno il Novecento.

La vicenda è vista con sguardo malinconico e quasi d’invidia dal momento che il poeta, al contrario di Ulisse, ha perso ormai la speranza di un ritorno nella sua patria, rassegnatosi ormai ad una “illacrimata sepoltura”.

All’ambiente culturale romantico appartiene poi il celebre Ulisse del poeta inglese Alfred Tennyson. Il testo è un monologo dell’eroe che, tornato in patria, non riesce ad abituarsi alla nuova vita, dedicata agli ozi e alla tranquillità, alla quale si mostra insofferente. Ulisse decide così di salpare per un altro viaggio verso l’ignoto.

Con queste parole Ulisse si rivolge ai suoi compagni “E’ stupido fermarsi, imporsi una fine: e sarebbe vile, per pochi anni, mettere da parte e risparmiare me stesso e questo spirito che si strugge nel desiderio di seguir conoscenza”. E’ evidente come Tennyson guardi più all’Ulisse dantesco che non a quello di Omero, (lo dimostrano anche alcune formule riprese in inglese “seguir conoscenza/ to follow knowledge”) con una sostanziale differenza. I due poeti guardano con prospettive opposte il personaggio di Ulisse: mentre Dante lega Ulisse ad un giudizio morale negativo (Ulisse è posto nella cantica dell’Inferno) Tennyson vede l’eroe romantico per eccellenza, il Faust con la sua Sehnsucht, la malattia del desiderio e dell’ansia di conoscenza, l’uomo che vuole spingersi oltre i limiti imposti ed affermare se stesso.

Al clima decadente fanno capo due interpretazioni simmetriche e speculari del mito di Ulisse come quelle di Pascoli e di D’Annunzio.

U. Foscolo: a Zacinto

Nè più mai toccherò le sacre sponde
    Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
    Zacinto mia, che te specchi nell’onde
    4Del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
    Col suo primo sorriso, onde non tacque
    Le tue limpide nubi e le tue fronde
    8L’inclito verso di Colui che l’acque

Cantò fatali, ed il diverso esiglio
    Per cui bello di fama e di sventura
    11Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
    O materna mia terra; a noi prescrisse
    14Il fato illacrimata sepoltura.

Ulisse di A. Tennyson

« A poco giova che un re ozioso,

In questo fermo focolare, presso queste sterili rupi,
Sposato a una donna vecchia, io misuro e ripartisco
Imparziali leggi a una stirpe selvaggia,
Che ammucchia, e dorme, e si nutre, e non mi conosce.

Non posso smettere di viaggiare: berrò
Ogni goccia della vita: Tutto il tempo ho assaporato
Molto, ho sofferto molto, sia con coloro
Che mi amavano, che da solo, sulla riva, e quando
Con tumultuose correnti le piovose Iadi
Agitavano l'oscuro mare: io son diventato un nome;
Per aver sempre vagato con cuore affamato
Molto ho visto e conosciuto; città di uomini
E costumi, climi, consigli, governi,
E non di meno me stesso, ma onorato da tutti;
E ho assaporato il piacere della battaglia coi miei pari,
Lontano sulle risonanti pianure della ventosa Troia.
Sono parte di tutto ciò che ho incontrato;
Eppure ancora tutta l'esperienza è un arco attraverso cui
Brilla quel mondo inesplorato i cui confini sbiadiscono
Per sempre e per sempre quando mi muovo.
Com'è sciocco fermarsi, finire,
Arrugginire non lucidati, non brillare nell'uso!
Come se respirare fosse vivere! Vita ammucchiata su vita
Sarebbero tutte troppo poco, e di una sola a me
Poco rimane: ma ogni ora è salva
Da quell'eterno silenzio, qualcosa di più,
Un portatore di nuove cose; e vile sarebbe
Per tre soli (giorni) ammucchiare e accumulare io stesso,
E questo grigio spirito bramare nel desiderio
Di seguire la conoscenza come una stella cadente,
Oltre il limite più estremo del pensiero umano.

Questo è mio figlio, il mio Telemaco,
Al quale io lascio lo scettro e l'isola,—
Da me molto amata, che discerne come adempiere
Questo lavoro, con lenta prudenza per addolcire
Un popolo rozzo, e attraverso soffici gradi
Sottometterli all'utile e al bene.
Il meno biasimabile è egli, concentrato nella sfera
Dei comuni doveri, conveniente a non cadere
In funzioni di fragilità, e pagare
Adatte preghiere agli dèi della mia casa,
Quando sarò partito. Egli fa il suo lavoro, io il mio.

Lì giace il porto; il vascello gonfia la sua vela:
Là si oscurano i neri, estesi mari. Miei marinai,
Anime che hanno faticato, e lavorato, e pensato con me—
Che sempre con un allegro benvenuto accolsero
Il tuono e la luce del sole, e opposero
Cuori liberi, menti libere- voi ed io siamo vecchi;
La vecchia età ha ancora il suo onore e la sua lotta;
La morte chiude tutto: ma qualcosa prima della fine,
Qualche lavoro di nobile natura, può ancora essere fatto,
Uomini non sconvenienti che combattevano contro gli Dèi.
La luce comincia a scintillare dalle roccie:
Il lungo giorno affievolisce: la lenta luna si innalza: il mare
Geme attorno con molte voci. Venite, amici miei,
Non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo.
Spingetevi al largo, e sedendo bene in ordine colpite
I sonori solchi; perché il mio scopo consiste
Nel navigare oltre il tramonto, e i bagni
Di tutte le stelle occidentali, finché io muoia.
Potrebbe succedere che gli abissi ci inghiottiranno:
Potremmo forse toccare le Isole Felici,
E vedere il grande Achille, che noi conoscemmo.
Anche se molto è stato preso, molto aspetta; e anche se
Noi non siamo ora quella forza che in giorni antichi
Mosse terra e cieli, cioò che siamo, siamo;
Un'eguale indole di eroici cuori,
Indeboliti dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà
Di combattere, cercare, trovare, e di non cedere. »