Libri VII - VIII

“A lui replicò Alcinoo e disse: «Ospite, no, non ho in petto

un cuore che si adira per nulla. Un giusto equilibrio è la

cosa migliore. Volessero Zeus e Atena e Apollo che tu, con

le tue doti e con pensieri simili ai miei, volessi restare qui,

sposare mia figlia e diventare mio genero. Ti darei casa e

ricchezze, se tu volessi restare. Ma se non vuoi, nessuno ti

tratterrà, dei Feaci: non lo voglia Zeus padre”.

Libro VIII

“E venne l’araldo, guidando il fedele cantore: molto la

Musa lo amò, ma gli donò una cosa e un’altra gli tolse, la

vista gli tolse, gli donò il dolce canto”.

“Ma quando furono sazi di cibo e bevande, la Musa ispirò

l’aedo a cantare gesta di eroi, una storia la cui fama

giungeva allora al cielo infinito, la contesa fra Odisseo e il

figlio di Peleo, Achille….”

“Questo l’aedo famoso cantava. Ma Odisseo afferrò con

le mani il gran mantello di porpora e se lo trasse sul capo,

nascose il bellissimo volto. Si vergognava di piangere

davanti ai Feaci. E quando l’aedo divino smetteva il suo

canto, Odisseo si asciugava le lacrime, toglieva il mantello

dal capo e, sollevata la coppa a due anse, libava agli dei.

Ma quando riprendeva a cantare l’aedo, e lo incitavano i

principi che godevano nell’udire il suo canto, ancora si

copriva il capo e piangeva Odisseo. Degli altri, nessuno

notava il suo pianto, Alcinoo solo, che gli sedeva accanto,

vide e osservò e lo udì singhiozzare”.

“Giunse l’araldo portando a Demodoco la cetra sonora. In mezzo al

campo egli si pose e intorno gli stavano i giovani danzatori abilissimi

che coi piedi ritmavano la danza divina. Guardava Odisseo il rapido

gioco dei piedi, e stupiva nel cuore. Toccò le corde l’aedo e intonò il

canto che narrava gli amori di Ares e di Afrodite dalla bella corona,

come, per la prima volta, di nascosto si unirono nella dimora di Efesto.

Molti doni le diede Ares, oltraggiando il letto di Efesto. Al dio andò a

rivelarlo il Sole che li vide mentre si amavano. Ed Efesto, quando udì

l’amara notizia, andò alla sua fucina meditando vendetta nel cuore,

mise sul ceppo l’incudine enorme, e forgiava delle catene che non si

potevano né spezzare né sciogliere, perché vi restassero presi. Quando

ebbe fabbricato la trappola, furente contro il dio della guerra, si recò al

talamo, dov’era il suo letto, e tutt’intorno ai sostegni poneva catene e

molte anche sopra, all’alto soffitto, appendeva, sottili come tele di

ragno; nessuno poteva vederle, neppure gli dei beati, quelle catene

ingannevoli. Quando ebbe teso intorno al letto la trappola, finse di

andare a Lemno, la ben costruita città che più di ogni altra gli è cara.

Ma Ares dalle redini d’oro, che stava in vedetta, non fu cieco e lo vide,

vide l’Artefice illustre che si allontanava. Si avviò verso la dimora di

Efesto glorioso, impaziente di unirsi a Citerea dalla bella corona; nella

casa sedeva la dea che da poco era giunta dalla reggia del padre,

l’onnipotente figlio di Crono. Ed egli entrò, le prese la mano e le disse:

«Vieni, mia amata, stendiamoci e insieme godiamo. Efesto non è più

qui, è partito per Lemno, dove vivono i Sinti che parlano una barbara

lingua». Disse così, a lei piacque l’idea. Salirono sul letto e poi si

addormentarono. Caddero tutt’intorno le catene ingegnose dell’abile

Efesto: ed essi non potevano più né sollevarsi né muoversi: lo capirono

quando non c’era più scampo. Arrivò subito l’Artefice illustre che era

tornato indietro prima di giungere a Lemno. Montava la guardia il

Sole, che tutto gli disse. Alla sua casa si avviò Efesto, col cuore dolente.

Si fermò nel portico, un’ira tremenda lo colse. Gridò in modo pauroso,

rivolto a tutti gli dei: «O padre Zeus, e voi dei beati ed eterni, venite a

vedere uno spettacolo ridicolo e indegno. La figlia di Zeus, Afrodite,

disprezza me che sono zoppo e ama Ares odioso; lui è bello e sano,

mentre io sono storpio. E di questo nessuno ha colpa, solo i miei

genitori che non dovevano mettermi al mondo. Ma guardate dove

costoro fanno l’amore, sopra il mio letto: soffro, a vederli. Non credo

che giaceranno così per molto, anche se si amano tanto. Tra un po’

non vorranno più stare a letto, ma li terranno in trappola le catene,

fino a che il Padre mi avrà restituito i doni nuziali, tutti quelli che offrii

per una sposa sfacciata. Perché sua figlia è bella, sì, ma sfrenata..

“Ferma vicino a un pilastro del solido tetto stava Nausicaa, bella di

divina bellezza. Stupì, vedendo Odisseo, e gli rivolse la parola e gli

disse: «Sii felice, straniero, e quando sarai nella tua terra ricordati di

me, perché a me per prima devi la vita». A lei rispose l’accorto

Odisseo: «Figlia del generoso Alcinoo, Nausicaa, così mi conceda

Zeus, lo sposo di Era, il signore del tuono, di vedere il giorno del mio

ritorno. E anche laggiù allora ti invocherò come una dea, ogni giorno,

per sempre: perché tu mi hai salvato, fanciulla..

“quanto patirono, come se fossi stato presente o lo avessi udito

narrare. Ma ora cambia argomento e canta la storia del cavallo di

legno…”

“Queste cose l’aedo glorioso cantava. Ma Odisseo soffriva,

scendevano dai suoi occhi le lacrime a bagnare le guance. Come

piange una donna, prostrata sul corpo del suo sposo caduto davanti

alla città e ai suoi uomini per allontanare dai figli e dalla patria il

giorno fatale: e lei che l’ha visto morire e dibattersi nell’agonia,

riversa su di lui manda acuti lamenti, mentre i nemici da dietro le

colpiscono con le lance la schiena e le spalle, la trascinano in

schiavitù, verso una vita di fatica e di pena, e nel dolore straziante lei

si consuma. Così pietose lacrime versava sotto le ciglia Odisseo”.

“Per chi abbia anche un po’ di senno soltanto, l’ospite, il supplice è

come un fratello. E quindi non mi nascondere ora, nella tua mente

accorta, quello che ti domando. È meglio, se parli. Dimmi il nome con

cui ti chiamano tuo padre e tua madre e quelli della tua città e coloro

che vivono intorno. Nessuno degli uomini è senza nome, né il nobile

né il miserabile, una volta ch’è nato; a tutti lo impongono i genitori,

quando li mettono al mondo. Dimmi dunque qual è la tua terra, e il

popolo, e la città, perché con la forza della mente ti portino là le mie

navi. Non hanno nocchieri i Feaci, non ci sono timoni, come su tutte le

navi. Esse sanno il pensiero e la mente degli uomini, e le città di tutti

conoscono e i fertili campi: rapide solcano gli abissi del mare, avvolte

da nuvole e nebbia; non c’è pericolo che siano danneggiate o

distrutte. Eppure una volta ho sentito dir questo da mio padre

Nausitoo: diceva che Poseidone era adirato con noi perché a tutti

diamo scorte sicure. Diceva che un giorno avrebbe distrutto una

solida nave delle genti feacie, di ritorno da un viaggio di scorta sul

mare oscuro, e poi con un gran monte avrebbe coperto la nostra

città. Questo egli diceva: e questo lo compirà iddio, o non lo compirà,

come gli piace. Ma parla ora, e dimmi sinceramente dove sei andato

errando e in quali paesi sei giunto, e narrami gli uomini e le belle città

e se erano malvagi ingiusti e crudeli oppure ospitali e timorati di dio.

Dimmi perché piangi e soffri nell’animo ascoltando la sorte degli

Argivi e di Ilio. Gli dei l’hanno voluta, per quegli uomini decisero essi

la morte, affinché fossero cantati in futuro. Ma forse ti è morto

davanti a Ilio un parente, un valoroso, tuo genero oppure tuo

suocero, che sono le persone più care dopo quelle del proprio

sangue? O forse hai perduto un compagno, affezionato e valente? Di

un fratello non è meno caro l’amico dai saggi pensieri".

Max Beckmann: Ulisse e

Calipso. 1943

Lucien Simon: Nausicaa