Libri I - IV

Libro I

 

• Disse, e legò ai piedi i sandali, i bellissimi sandali d’oro degli immortali che al soffio del

vento la portavano sul mare e sulla terra infinita. Prese la solida lancia, dall’acuta punta di

bronzo, la grande lancia forte e pesante con cui sgomina schiere di eroi quando con essi si

adira, la figlia del Padre onnipotente. Balzò dalle vette d’Olimpo e fu in terra d’Itaca,

davanti al porticato di Odisseo, sulla soglia dell’atrio. (vv. 96 -104).

• Nelle mani di Femio, che per i Proci era costretto, contro sua voglia, a cantare, pose

l’araldo una cetra bellissima, e l’aedo toccò le corde e diede inizio al suo canto.

(vv. 101 – 105)

• Disse allora il saggio Telemaco: Ti parlerò, ospite, con molta franchezza. Mia madre

dice che sono suo figlio, ma io non so; nessuno può sapere qual'é la sua nascita. Vorrei

essere figlio di un uomo felice, che giunge alla vecchiaia padrone dei suoi beni. E colui,

invece, del quale figlio mi dicono, perché questo tu mi domandi, é di tutti i mortali il più

infelice.. (vv. 213 – 220)

• Dopo aver fatto e compiuto tutto questo, pensa nel cuore e nell’animo a come

uccidere i Proci nella tua casa, se a viso aperto o con l’inganno. Non sei più un

bambino, non ne hai più l’età. Non sai quale fama si é conquistata fra gli uomini il

divino Oreste, per aver ucciso il perfido Egisto che gli assassinò il padre glorioso?

Anche tu dunque, grande come sei, e bello, mostrati audace, affinché possano dir bene

di te i tuoi discendenti. Ma é ora che io ritorni ormai alla mia nave veloce, dai

compagni che mi attenderanno con ansia. Tu segui i miei consigli e di tutto prenditi

cura.. (vv. 293 – 304)

• Disse così e se ne andò, la dea dagli occhi azzurri, sparì veloce come un uccello. Ma nel

cuore gli infuse forza e audacia e il ricordo del padre fu per lui più vivo di prima.

Pensando fra di sé egli stupiva in cuor suo: aveva capito che si trattava di un nume. Si

accostò subito ai Proci…. (vv. 319 – 323)

• Discese la lunga scala; non era sola, andavano con lei due ancelle. Quando giunse fra i

Proci, la donna bellissima, si fermò accanto a un pilastro che sosteneva il solido tetto e

si coprì, con il velo luminoso, le guance. A fianco le stavano, da una parte e dall’altra, le

fedeli ancelle. E al divino cantore ella disse, piangendo: .Femio, molti altri canti

conosci, che ammaliano gli uomini: imprese di dei, gesta di eroi, quelle che celebrano

tutti gli aedi. A loro canta una di queste, ed essi bevano il vino, in silenzio. Ma questo

tristissimo canto interrompi, che sempre mi strazia il cuore nel petto. Dolore

tremendo, insopportabile è in me, che un grande uomo rimpiango e senza tregua

ricordo, un eroe la cui fama di gloria riempie l’Ellade intera e giunge al cuore di Argo.

Le disse allora il saggio Telemaco: Perché, madre mia, non vuoi che l’aedo fedele canti

come gli detta il cuore? Non hanno colpa gli aedi, è Zeus che agli uomini distribuisce le

sorti, come vuole, a ciascuno. Non bisogna adirarsi con lui se canta il crudele destino

dei Danai: gli uomini amano di più quel canto che al loro orecchio suona più nuovo.

(vv.325 – 352)

Commento al Libro I

 

Ø Omero deve innanzitutto avviare due serie di avvenimenti destinate a fondersi nella

loro fase finale e, per realizzare ciò, deve interrompere due situazioni, divenute

statiche, a Itaca e sull’isola di Calipso.

Ø Un elemento importante di questo libro è il “risveglio” di Telemaco, che, nei primi 2

libri, dimostra di essere diventato maggiorenne.

Ø Il Proemio è simile a quello dell’Iliade:

• Tema: ἄνδρα / μῆνιν (uomo / ira)

• Aggettivo qualificativo che caratterizza il tema:

πολύτροπον/οὐλομένην (multiforme, intelligente / infinita)

Ø All’inizio della Letteratura latina, Livio Andronico tradusse l’intera Odissea, il cui inizio

è: “virum mihi, Camena, insece versutum”

Ø Al verso 7 vi è la morale dell’intero poema, in cui si affermano le responsabilità dei

compagni di Odisseo nelle sciagure a loro capitate.

Ø Zeus allude all’abitudine di attribuire a un dio ogni sventura di cui non sia evidente la

causa. Un certo grado di sofferenza è parte della condizione umana, poiché gli uomini

subiscono forze indipendenti dal loro controllo: e di questo che, in termini di teologia

omerica, gli dei sono responsabili. Ma gli uomini si tirano addosso anche altri guai con

la loro follia e perversità.

Ø L’aedo è una figura importante nell’Odissea, a differenza dell’Iliade, dove alla musica si

dedicano dei dilettanti. Il professionista di maggior spicco è Demodoco, nel libro VIII.

Demodoco è cieco, ma non c’è motivo di pensare che lo sia anche Femio.

Ø Penelope viene nominata qui per la prima volta; non è mai menzionata nell’Iliade. Il

nome deriva, probabilmente, da πηνέλοψ, un’anatra dai molti colori, che sono

monogamiche; nel folclore cinese e russo l’anatra è un simbolo della fedeltà coniugale.

In Grecia, i nomi delle donne derivano comunemente da nomi di uccelli.

Ø L’apparizione di Penelope tra i Proci è la prima di quattro scene simili ( XVI,409 - XVIII,

206,sgg – XXI, 63,sgg).

Ø Era convenzione eroica che la padrona di casa si unisca agli uomini quando, dopo la

cena, bevono nel ”μεγάρον”.

Ø Il fatto più importante è che la sua protesta provoca l’inattesa reazione di

Telemaco, dimostrazione della sicurezza acquisita grazie all’incontro con

Atena.

Ø “gli uomini amano di più quel canto che al loro orecchio suona più nuovo”:

analogo concetto troviamo in Pindaro, Olimpica IX, 48-49, dove dice: ”loda il

vino vecchio, ma i fiori dei canti più nuovi”.

Libro II

 

Il secondo libro descrive l’attuazione del piano di Atena per Telemaco:

  • assemblea con i Proci, per dichiarare la sua formale denuncia contro i

         loro abusi.

  • Il canto è quasi tutto dedicato allo svolgersi di questa assemblea.

“Ma quando all’alba apparve l’Aurora luminosa, balzò dal letto il figlio di Odisseo,

indossò le vesti, alla spalla appese la spada affilata, si legò ai piedi i sandali ben

fatti e dalla sua stanza si mosse, bello come un dio. E subito agli araldi dalla voce

sonora comandò di riunire in assemblea gli Achei dai lunghi capelli. Gli araldi

chiamarono, velocemente si radunarono gli Achei. E quando tutti furono raccolti

e riuniti, anch’egli si recò all’assemblea impugnando la lancia di bronzo; non era

solo, lo seguivano due cani veloci. A lui concesse Atena sovrumana bellezza, e

mentre avanzava lo guardavano tutti, con meraviglia. Fecero largo i principi, e

sul trono del padre egli sedette”. (vv. 1 – 14).

"Correva sul mare la nave, compiendo il cammino. Poi, dopo aver legato gli

attrezzi sulla nera nave veloce, presero le coppe colme di vino e libarono agli dei

che vivono eterni ma soprattutto alla figlia di Zeus, ad Atena dagli occhi lucenti.

Per tutta la notte la nave correva, e all’alba compiva il cammino".

(vv. 430 – 434)

Libro III

Ø Dall’assenza di leggi e dalla semi – anarchia di Itaca alla vita pia e ben regolata della

Pilo di Nestore, che conosce i propri doveri e gioisce nell’adempierli.

Ø Trattando con questa famiglia patriarcale, Telemaco fa esperienza di una spontanea

amichevolezza che manca non solo nella sua casa ma anche tra gli splendori

malinconici del palazzo di Menelao.

Ø La visita di Telemaco dà l’occasione per sviluppare il tema dei “νόστος” degli eroi greci da

Troia.

Ø I modi ospitali di Nestore rendono naturale il fatto che egli sia ben informato delle

vicende dei suoi compagni di spedizione, dato che i visitatori portano notizie dal

mondo esterno.

“Si levò il Sole, lasciando il mare bellissimo, salì verso il cielo colore del bronzo per dare

luce agli dei e agli uomini sulla terra feconda. Ed essi giunsero a Pilo, la bella città di

Neleo. Sulla riva del mare la gente di Pilo sacrificava dei tori neri a Poseidone che scuote

la terra, il dio dai bruni capelli”.

“Qui li ospitò Diocle, qui passarono la notte. Quando all’alba si levò l’Aurora splendente,

misero al giogo i cavalli, salirono sul carro variopinto, lo spinsero fuori dall’atrio, dai

portici pieni di echi, frustò i cavalli Pisistrato, ed essi di slancio volarono. Giunsero nella

pianura ricca di grano, e il loro viaggio era alla fine: così lontano li portarono i veloci

cavalli.

E tramontò il sole, si velarono d’ombra le strade”.

Libro IV

 

Ø Il viaggio di Telemaco a Sparta occupa la maggior parte del libro ed è

complementare al viaggio compiuto a Pilo. Il racconto delle avventure da parte di

Menelao completa quello di Nestore, cosicché possiamo conoscere i particolari 

di tutti i personaggi più importanti di parte greca, compresa Elena.

Ø Lo sfarzo della reggia di Menelao crea un contrasto con l’agiatezza non appariscente

del palazzo di Nestore a Pilo.

Ø Il racconto delle proprie avventure da parte di Menelao forma la climax della

Telemachia ed è costruito in relazione non solo al racconto di Nestore, ma anche a

quello di Odisseo.

Ø L’Egitto riveste particolare importanza nelle avventure di Menelao ed è anche

importante per calcolare la data di composizione. I contatti regolari tra Grecia ed

Egitto cessarono con la fine dell’età micenea e non ripresero fino alla metà del VII

secolo, sotto Psammetico I.

Ø Quando Telemaco e Pisistrato giungono a Sparta trovano che nel palazzo di Menelao

si stanno celebrando duplici nozze. Dopo un breve indugio, sono accolti

ospitalmente.

“E giunsero a Lacedemone, incuneata fra i monti, e si diressero alla dimora di Menelao

glorioso. Lo trovarono al banchetto che ad amici e parenti offriva per le nozze del figlio

e della figlia, nella sua casa. Dava la femmina in sposa al figlio di Achille uccisore di

uomini; a Troia gliela promise, giurò che gliel’avrebbe data, e gli dei portarono a

compimento le nozze: gliela mandava, con carro e cavalli, nella gloriosa città dei

Mirmidoni, sui quali regnava. Al maschio dava una fanciulla di Sparta, la figlia di

Alettore dava a Megapente, forte e amatissimo, che da una schiava gli nacque; poiché

gli dei non concessero ad Elena altri figli dopo che ebbe generato la prima, la bellissima

Ermione che somigliava nel volto alla bionda Afrodite”.                                                        continua