Introduzione

Periodi della letteratura greca

La letteratura greca copre un periodo che va dal IX-VIII sec. a.C. al 529 d.C. (anno della chiusura dell'Accademia platonica ad Atene per ordine di Giustiniano), durante il quale fu prodotta una vastissima quantità di opere letterarie.

All'interno di questo lungo arco temporale si distinguono convenzionalmente quattro età:

  • arcaica (o ionica, VIII-VI sec. a.C.), dalla comparsa dei poemi omerici all'inizio delle guerre persiane (500 a.C. ca.);
  • classica (o attica, V-IV see. a.C.), caratterizzata dall'egemonia di Atene;
  • ellenistica (323 a.C.-31 a.C.), dalla morte di Alessandro Magno alla battaglia di Azio, nella quale Ottaviano Augusto sconfisse Antonio e conquistò l'Egitto;
  • imperiale o greco-romana (31 a.C.-529 d.C.), in cui la Grecia divenne parte dell'impero romano, che a sua volta assimilò numerosi aspetti della cultura ellenica.

In realtà il limite del 529 d.C. è puramente indicativo, perché di fatto la letteratura in lingua greca proseguì, senza sostanziali cesure, per tutto il periodo bizantino e quindi almeno fino al 1453 (anno della caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi). Quanto alla letteratura neogreca, essa ebbe inizio con l'indipendenza greca, nel 1821.

Di questo enorme patrimonio culturale però è rimasta solo una minima parte a causa di una forte selezione, avviata già nel mondo greco, dovuta al variare delle esigenze e dei gusti culturali del pubblico e dei critici, a fattori storici e naturali (guerre, incendi, saccheggi, ecc.), ad elementi del tutto casuali, nonché alla deperibilità degli strumenti scrittòri impiegati. Così della vastissima produzione di Eschilo e Sofocle si sono conservati solo sette drammi per ciascuno; sono andate perdute quasi tutte le opere dei lirici greci, di Callimaco (eccezion fatta per gli Inni e gli Epigrammi), dei prosatori ellenistici, ecc.

Il materiale scrittorio dell'antichità

In base alla destinazione d'uso i Greci si servirono di diversi supporti di scrittura: per testi ufficiali (leggi, dediche votive, iscrizioni funebri, ecc.) impiegarono la pietra, il piombo, il legno, il bronzo; per scritti privati usarono foglie e cortecce d'albero, tessuti, tavolette di cera, cocci di terracotta.

Dopo la conquista dell'Egitto ad opera di Alessandro Magno, si diffuse il papiro, che peraltro gli Elioni (soprattutto quelli stanziati in Asia Minore) conoscevano dal VII see. a.C. Tuttavia la disponibilità del materiale scrittorio rimase sempre scarsa, perché il papiro cresceva esclusivamente in Egitto e richiedeva un’elaborata tecnica di lavorazione.

Gli Egizi, già in tempi remoti, ricavavano dal fusto di questa pianta (una canna palustre, alta fino a cinque metri, che cresceva spontaneamente sulle sponde del Nilo)[I] delle sottili strisce longitudinali che disponevano in due strati perpendicolari lasciati essiccare al sole. Il materiale ottenuto era tagliato in segmenti di diverse misure (τóμoi) e avvolto intorno ad un bastoncino (ὀμφαλός). Il testo era scritto con una canna appuntita (κάλαμος) sul recto (parte anteriore) del rotolo (quest'ultimo era chiamato dai Greci χάρτης, dai Romani volumen), anche se talvolta si adoperava pure il verso (lato posteriore). Solitamente si cercava di limitare la lunghezza del volumen (i papiri conservati non superano mai i dieci metri) per non complicare la già difficile operazione di svolgimento durante la lettura.

Nel 1 sec. d.C., in seguito al divieto di esportazione del papiro da parte dei Tolomei, i sovrani d'Egitto, si diffuse la pergamena (dal nome della città asiatica di Pergamo), che era ricavata dalla pelle conciata e levigata delle pecore. 1 fogli, cuciti e protetti da una "copertina" di legno, formavano il codex, da cui il nome "codice". Nel mondo greco non c’era un termine specifico per il codice letterario: si usava βίβλος o βιβλίον ("libro"), μεμβράνα ("pergamena"), δέλτος ("tavoletta"), δέρμα ("pelle"), τεῦχος ("tomo").

Pur avendo il pregio di poter essere prodotta in qualunque luogo e di poter essere scritta su entrambe le facciate, la pergamena era molto costosa; spesso, quando il testo non interessava più, veniva raschiato e sostituito da una nuova scrittura, formando il "palinsesto" (da πάλιν "di nuovo" + ψάω "raschiare").

Intorno all'XI sec. d.C. per mezzo degli Arabi arrivò in Occidente la carta, inventata in Cina nel II sec. d.C. (ma alcune recenti scoperte archeologiche inducono a retrodatarne la conoscenza ad almeno due secoli prima). La tecnica di fabbricazione, che impiegava materiali poveri, come la corteccia d’albero o gli stracci, permise un impiego sempre maggiore della carta, che divenne quasi esclusivo con l'invenzione della stampa a caratteri mobili ad opera di Gutenberg (1455 ca.).

 

[I] II nome della pianta è Cyperus papyrus; in Italia questa pianta si trova ancora (minacciata dal crescente inquinamento ambientale) vicino Siracusa, sulle sponde del fiume Ciane.

 


 

La trasmissione dei testi letterari

La vita di un testo letterario presuppone tre momenti:

  • la composizione, cioè l'atto creativo dell'autore;
  • la pubblicazione (o diffusione), il modo in cui il pubblico conosce il testo;
  • la trasmissione, il processo con il quale l'opera viene tramandata nel tempo.

A differenza dei testi letterari moderni, i cui tre momenti sono prevalentemente affidati alla scrittura, in un primo tempo le opere della Grecia antica furono composte, diffuse, tramandate in forma orale e destinate ad una ricezione "aurale", cioè ad essere ascoltate e non lette (dal latino auris "orecchio"). In seguito, dal VII al V sec. a.C, la composizione e la trasmissione furono affidate alla scrittura, ma la pubblicazione avvenne sempre oralmente; perfino lo storico Erodoto lesse ad Atene brani delle sue Storie. Solo dal IV see. a.C. la scrittura tu impiegata per la diffusione e si cominciò a concepire il destinatario* dell'opera letteraria come un lettore.

Purtroppo non è pervenuto nessun originale dell'antichità: il più antico manoscritto d'autore in lingua greca è di Dioscoro di Afroditopoli in Egitto, poeta vissuto nel VI sec. d.C. Pertanto, per la conoscenza delle opere classiche bisogna basarsi sulla "tradizione diretta" e sulla "tradizione indiretta".

Si considera tradizione diretta l'insieme delle testimonianze (papiri, codici, edizioni a stampa) tramandate di copia in copia, più o meno fedeli all'originale.

Nel Medioevo, infatti, si praticavano tre tipi di copiatura di un testo letterario:

1      sotto dettatura; in uno scrittorio un lettore leggeva un'opera ad un certo numero di scribi che la scrivevano contemporaneamente; questo metodo fu abbandonato quando la lingua scritta cominciò a differenziarsi da quella parlata,2 a causa dei malintesi fonetici che poteva creare;

2      copiatura da un singolo manoscritto effettuata da un copista, il testo può contenere errori meccanici (scambio di lettere simili, caduta di un rigo, omissione o aggiunta di una parola, errata divisione di parole, ecc.) oppure modifiche volontarie dello scriba che voleva migliorare la copia in suo possesso non ritenendola fedele all'originale;

3      copiatura da due o più manoscritti; in questo caso l'amanuense davanti a due o più varianti sceglieva quella che considerava più corretta.

Per tradizione indiretta si intendono le citazioni, più o meno letterali, contenute nel testo di un altro autore (talvolta queste citazioni sono l'unica attestazione di un'opera letteraria) e le notizie, relative ad un testo o ad un autore, riportate all' interno di un'altra opera conservatasi in forma autonoma.

Una grande importanza per la trasmissione dei testi ebbero i dotti alessandrini, che dal III sec. a.C. in poi raccolsero nella Biblioteca di Alessandria tutte le opere letterarie greche, selezionandole, correggendole (διόρθωσις) e pubblicandole (ἔκδοσις) in edizioni commentate. Tuttavia il patrimonio della Biblioteca non arrivò intatto ai Bizantini ed altro materiale sparì nella loro epoca, accidentalmente o per scelte ideologiche e culturali. Inoltre molte opere sono state restituite da fortunati ritrovamenti di papiri; ad Ossirinco (località del Fayum, a circa 150 km a sud-ovest del Cairo) sono stati rinvenuti versi di Saffo, Alceo, Pindaro, Menandro, Eroda; La costituzione degli Ateniesi di Aristotele; testi cristiani greci e latini, ecc. Altri papiri (meno leggibili) erano stati scoperti ad Ercolano a metà del Settecento.

Le principali fonti per lo studio della letteratura greca

Poiché la maggior parte delle opere letterarie greche è andata perduta, è necessario integrare le nostre conoscenze con il ricorso a testimonianze letterarie e non, che possono gettare luce su un testo perduto o sulla biografia di un autore.


Tra le fonti più preziose, occorre ricordare: 

il Marmor Parium, un’epigrafe di età ellenistica, divisa in due grossi frammenti,[1] rinvenuta nell’isola di Paro (da cui il nome) all’inizio del XVII secolo; riporta in ordine cronologico eventi di ogni tipo da Cecrope (mitico re ateniese del XVI sec. a.C.) al 299 a.C., con una lacuna per gli anni 354-335; è una testimonianza preziosa per lo studio del teatro tragico;

i Sofisti a banchetto (Δειπνοσοφισταί) (II-III sec. d.C.) in 15 libri; si immagina che ventinove sapienti discutano per diversi giorni di varie discipline; la cornice consente l’inserimento di numerose citazioni di opere letterarie;

le Vite e dottrine dei più celebri filosofi di Diogene Laerzio (II-III sec. d.C.) in 10 libri; riferisce la vita e il pensiero dei pensatori greci, dalle origini della filosofia ad Epicuro, dando ampio spazio ad aneddoti e citazioni;

YAntologia di Stobeo (V sec. d.C.) in 4 libri; contiene passi più o meno ampi di circa cinquecento autori greci; per molti testi c l’unica fonte conservata; la Biblioteca di Fozio (IX sec. d.C.); riporta i titoli di circa trecento opere, spesso corredati da estratti del contenuto e da un giudizio critico;

la Suda (o Suida) (X sec. d.C.), un lessico che raggruppa gli scrittori per genere letterario; di autore ignoto, l’opera è ricavata dalla Raccolta di nomi di Esichio di Mileto (VI sec. d.C.).

 


[1]    I due blocchi sono oggi conservati uno nel Museo di Oxford e l'altro in quello di l’aro.