Il mito di Europa

Calasso: Nozze di Cadmo e Armonia 1 - 9

Sulla spiaggia di Sidone un toro tentava di imitare

un gorgheggio amoroso. Era Zeus. Fu scosso da un brivido,

come quando i tafani lo pungevano. Ma questa

volta un brivido dolce. Eros gli stava mettendo sulla

groppa la fanciulla Europa. Poi la bestia bianca si

gettò in acqua, e il suo corpo imponente ne emergeva

abbastanza perché la fanciulla non si bagnasse. Lo videro

in molti. Tritone, con la sua conchiglia sonora,

rispose al mugghio nuziale. Europa, tremante, si teneva

aggrappata a uno dei lunghi corni del toro. Li vide anche

Borea, mentre fendevano le acque. Malizioso e

geloso, fischiò alla vista di quei seni acerbi che il suo

soffio scopriva. Atena arrossì spiando dall'alto il padre

cavalcato da una donna. Anche un marinaio acheo li

vide, e allibì. Era forse Teti, curiosa di vedere il cielo?

O una Nereide soltanto, e per una volta vestita? O

Poseidone ingannatore aveva rapito un'altra ragazza?

Europa intanto non vedeva la fine di quella pazza

navigazione. Ma immaginava la sua sorte, quando avessero

ritrovato la terra. E gridò un messaggio ai venti

e alle acque: «Dite a mio padre che Europa ha lasciato

la sua terra in groppa a un toro, mio rapitore,

mio marinaio, mio - suppongo - futuro compagno di

letto. Date, vi prego, a mia madre questa collana».

Stava per invocare anche Borea, perché la sollevasse

con le sue ali, come aveva fatto con la sua sposa, l'ateniese

Oritia. Ma si morse la lingua: perché passare da

un rapitore a un altro?

Ma com'era cominciato tutto? Un gruppo di ragazze

giocava lungo un fiume, raccogliendo fiori. Numerose

altre volte una scena del genere sarebbe apparsa irresistibile

agli dèi. Persefone venne rapita « mentre giocava

con le fanciulle dal seno profondo » e raccoglieva

rose, crochi, viole, iris, giacinti, narcisi. Soprattutto il

narciso, « prodigioso fiore raggiante, venerabile alla vista,

quella volta, per tutti, per gli dèi immortali e per

gli uomini mortali ». E Talia venne artigliata da Zeus

in forma di aquila mentre giocava a palla tra i fiori su

un monte. E Creusa sentì i suoi polsi serrati dalle mani

di Apollo mentre raccoglieva fiori di zafferano sulle

pendici dell'acropoli di Atene. Anche Europa e le sue

amiche stavano cogliendo narcisi, giacinti, violette,

rose, timo.

A un tratto si videro accerchiate da un branco di

tori. Fra questi uno di un bianco abbagliante, dalle

piccole corna, che sembravano gemme lucenti. La

sua espressione ignora la minaccia. Tanto che Europa,

timida all'inizio, avvicina i suoi fiori a quel muso

candido. Come un cagnolino, il toro geme di piacere,

si rovescia sull'erba, offre le sue piccole corna

alle ghirlande. La principessa si azzarda a montargli

sulla groppa, all'amazzone. Allora, senza parere, il branco

si sposta dal letto asciutto del fiume verso la spiaggia.

Con falsa incertezza, il toro si avvicina all'acqua.

Poi è troppo tardi: già la bestia bianca investe le onde

con Europa in groppa. Lei si volta indietro: con l.i

destra si tiene a un corno, con l'altra si appoggia alla

bestia. L'aria mossa le fa tremare le vesti.

Ma com'era cominciato tutto? Europa, verso l'alba,

dormendo nella sua stanza al primo piano del palazzo

reale, aveva avuto un sogno strano: si trovava fra due

donne, una era l'Asia, l'altra era la terra che le sta di

fronte, e non ha un nome. Le due donne si battevano,

con violenza, per lei. Ciascuna la voleva per sé. L'Asia

sembrava a Europa una donna del suo paese; l'altra era

per lei una totale straniera. E la straniera, alla fine,

con mani possenti la trascinava via. Per volere di Zeus,

diceva: Europa sarebbe stata una fanciulla asiatica rapita

da una straniera. Il sogno era nettissimo, come

una scena del giorno. Europa si svegliò spaventata e rimase

a lungo seduta sul letto, in silenzio. Poi era uscita,

come sempre, con le sue compagne. Alla foce del

fiume, fra le rose e lo scrosciare delle onde, Europa si

aggirava con il suo canestro d'oro.

Nella prateria apparve un toro di colore biondo, con

un cerchio bianco sulla fronte. Emanava un profumo

che copriva quello dei fiori. Si fermò dinanzi a Europa

e le leccò il collo. Lei lo carezzava, e intanto asciugava

la schiuma che colava abbondante dalla bocca dell'animale.

Il toro le si inginocchiò davanti, offrendole la

groppa. E, come lei fu montata, balzò verso il mare.

Europa, atterrita, guardava verso la spiaggia, chiamava

le compagne, tendendo un braccio nel vuoto. Poi,

già in mezzo alle onde, con una mano si aggrappava al

grande corno, con l'altra teneva sollevato e stretto al

petto il bordo del peplo. E, dietro le sue spalle, il peplo

si era gonfiato in una vela purpurea.

Ma com'era cominciato tutto? Europa si avviava

con le sue compagne, in mano il suo splendido canestro

d'oro. Lo aveva foggiato Efesto, due generazioni prima,

per donarlo a Libia. E Libia lo aveva donato alla

figlia Telefassa, che lo aveva donato alla figlia Europa.

Era il talismano della stirpe. Sbalzata in oro, vi si riconosceva

una giovenca errante, che sembrava nuotare

in un mare di smalto. Due uomini misteriosi, in piedi

sulla riva, osservavano la scena. C'era anche uno Zeus

d'oro, che sfiorava con la mano la bronzea giovenca.

Sullo sfondo, un Nilo d'argento. Quella giovenca era

Io, trisavola di Europa.

Anche la sua era stata una storia di metamorfosi e

rapimento. Torturata da un tafano, in perpetuo vagabondaggio

angoscioso, aveva attraversato tutti i mari.

A uno di essi, verso l'Italia, aveva perfino donato il

suo nome. L'amore di Zeus le aveva imposto follia

e maledizione. Tutto era cominciato con certi strani

sogni, quando Io era sacerdotessa nello Heraion

vicino ad Argo, il più antico fra i santuari, il luogo

che dava la misura al tempo: a lungo i Greci contarono

gli anni riferendosi alla successione delle sacerdotesse

nello Heraion. I sogni sussurravano dell'amore

ardente di Zeus per lei, e le consigliavano

di andare verso le praterie di Lerna, dove pascolavano

buoi e montoni di suo padre. Non più sacerdotessa

consacrata alla dea, ma bestia consacrata al dio,

come quelle che erravano liberamente nei recinti dei

santuari: cosi la volevano i sogni. E tale divenne. Ma

il santuario si allargò un giorno al mondo intero, ai

suoi mari sterminati, che avrebbe guadato senza tregua,

sempre pungolata dall'orrendo tafano. E quanto

più vasto era l'orizzonte, tanto più acuta la persecuzione.

Quando giunse da un altro torturato, Prometeo,

desiderava soprattutto morire, e non sapeva ancora di

trovarsi di fronte a un essere sofferente come lei senza

speranza di morte. Ma, come per Prometeo, anche pei

lei sarebbe venuto lo scioglimento dall'ossessione. Un

giorno, approdata in Egitto, Zeus l'avrebbe sfiorata con

la sua mano. Allora la giovenca pazza ridiventò fanciulla

e si congiunse col dio. In memoria di quell'attimo

chiamò suo figlio Epafo, che vuol dire lieve tocco di

una mano. Epafo divenne poi il re d'Egitto, e si diceva

che fosse il bue Apis.

Scendendo verso le praterie fiorite, vicino al mare,

Europa teneva in mano, sbalzato in nobili metalli, il

suo destino. Come in musica, la sua melodia era l'inverso

di quella della sua antenata Io. Un toro l'avrebbe

rapita dall'Asia verso quella terra che si sarebbe

chiamata Europa, come anni prima il disperato errare

marino di una giovenca che aveva pascolato in terra

greca si era concluso in Egitto, al lieve tocco della mano

di Zeus. E un giorno sarebbe giunto in dono alla

fanciulla Europa un canestro d'oro. Lo teneva in mano,

distratta.

Ma com'era cominciato tutto? Se si vuole storia, è

storia della discordia. E la discordia nasce dal ratto di

una fanciulla, o dal sacrificio di una fanciulla. E l'uno

trapassa continuamente nell'altro. Furono i « lupi mercanti

» sbarcati dalla Fenicia che rapirono in Argo la

tauropàrthenos, la «vergine dedicata al toro», chiamata

Io. Come un messaggio dai monti, questo accese

il falò dell'odio fra i due continenti. Europa e Asia

da allora si battono, e a colpo segue colpo. Così i Cretesi,

«cinghiali dell'Ida», rapirono all'Asia la fanciulla

Europa. Tornarono in patria su una nave a forma

di toro. E offrirono Europa in sposa al loro re Asterio.

Quello stesso nome celeste sarebbe stato anche uno

dei nomi di un nipote di Europa: quel giovane dalla

testa di toro che viveva al centro del labirinto, in attesa

delle vittime. Più spesso lo chiamarono Minotauro.

Ma com'era cominciato tutto? Arrivati nell'Argolide,

i mercanti fenici passarono cinque o sei giorni a vendere

le loro merci, che portavano dal Mar Rosso, dall'Egitto

e dall'Assiria. La nave era all'ancora, e sulla

riva la gente del luogo guardava, toccava, trattava quegli

oggetti nati così lontano. Le ultime mercanzie erano

ancora invendute quando giunse un gruppo di

donne, e fra loro Io, figlia del re. Continuavano a trattare

e a comprare. D'un tratto i marinai mercanti si

gettarono su di loro. Alcune riuscirono a fuggire. Ma

Io e altre furono rapite. È questo il ratto a cui risposero

poi i Cretesi quando rapirono in Fenicia la figlia

del re, Europa. I Fenici però raccontano la storia in

modo diverso: Io avrebbe avuto un amore con il comandante

della nave straniera. Era già incinta, e se

ne vergognava, quando decise lei stessa di imbarcarsi

con i Fenici.

Da questi eventi è nata la storia: il ratto di Elena

e la guerra di Troia, come anche, prima ancora,

la spedizione della nave Argo e il ratto di Medea

sono anelli della stessa catena. Un richiamo oscillava

fra l'Asia e l'Europa: a ogni oscillazione una donna,

e con lei una schiera di predatori, passava da una riva

all'altra. Ma Erodoto osservò che c'era comunque una

differenza fra le due parti: «Ora, il rapire donne è

considerato azione da malfattori, ma il preoccuparsi di

donne rapite è azione da dissennati, mentre da saggi è il

non darsi delle rapite alcun pensiero, perché è chiaro

che se non avessero voluto non sarebbero state rapite

». I Greci non si comportarono da saggi: « Per una

donna di Sparta radunarono una grande spedizione e

poi, giunti in Asia, abbatterono la potenza di Priamo ».

Da allora non è cessata la guerra fra Asia e Europa.

Approdarono a una grande isola, ma non era la meta.

Si addentrarono fra le colline. Solo a Gortina, sotto

un vasto platano ombroso, si congiunsero Zeus e Europa.

Zeus era un'aquila. Poi scomparve. Ma lasciò all'amata

un guardiano. Nel silenzio caldo, Europa sentiva

schioccare zoccoli di bronzo, lontani. Qualcuno

cavalcava senza tregua. Era una macchina o un essere

di un'altra età, uno dei nati dalle Ninfe dei frassini.

Era l'uno e l'altro: Talos, un toro ancora, il toro guardiano,

sentinella dell'isola; o altrimenti, dicevano, un

gigante meccanico congegnato da Efesto. Sul suo corpo

spiccava una lunga vena, che andava dal collo agli zoccoli

- o ai piedi. E lì un chiodo di bronzo arginava il

fiotto del sangue e lo faceva ribollire indietro. Quel

chiodo era il segreto della sua vita, e anche della cera

persa. Talos galoppava e scagliava pietre su tutto: sul

vuoto, generalmente, o sugli stranieri, quando si avvicinavano.

Nel palazzo di Sidone, Europa si svegliava e

udiva le voci delle amiche che l'avrebbero scortata verso

il mare; qui si svegliava e sentiva il silenzio, e in

fondo al silenzio un suono remoto, che poi diventava

martellante. Ma non vedeva nessuno. Sapeva che Talos

continuava a percorrere le coste della grande isola:

Creta, l'Europa.

Io, Telefassa, Europa, Argiope, Pasifae, Arianna,

Fedra. Questi nomi ci parlano di un volto largo, purissimo,

splendente, che rischiara da lontano, che rischiara

tutti, come la luna. « Pallide e vaste figure, tremende,

solitarie, cupe e desolate, amanti fatali, misteriose

condannate alle infamie titaniche. Che sarà di

voi? Quali saranno i vostri destini? Dove potranno celarsi

i vostri temibili amori? Quali terrori, quali pietà

ispirate, quali tristezze immense e stupefatte risvegliate

nell'essere umano chiamato a contemplare tanta

vergogna e orrore, tanti crimini e tanta sventura »

disse Gustave Moreau.

Diodoro Siculo: «Affermano inoltre che gli onori

agli dèi e i sacrifici e i riti dei misteri sarebbero stati

trasmessi da Creta agli altri uomini, e nel dir questo

presentano, a loro parere, un argomento fortissimo. Il

rito iniziatico che gli Ateniesi celebrano in Eleusi, il

più illustre, si può dire, fra tutti, e quello di Samotracia

e quello fondato in Tracia da Orfeo presso i Ciconi,

tutti questi riti sono trasmessi in segreto, mentre

a Cnosso, in Creta, è costume sin dai tempi antichi che

tali riti iniziatici avvengano in piena luce e siano trasmessi

a tutti, e ciò che presso gli altri viene trasmesso

come innominabile qui nessuno lo nasconde a chi vuole

conoscerlo».

Il mistero, a Creta, era palese, e nessuno tentava di

nasconderlo. Le « cose innominabili » che incontriamo

a ogni passo in Attica permanevano spalancate davanti

agli occhi di tutti. Ma non c'era in questo alcun senso

di sfida. Creta, con le sue cento città indifese da

mura, appariva come un immenso giocattolo. Solo un

maremoto o gli oscuri razziatori venuti dal mare potevano

colpirla, non l'insolenza della civiltà che vuole

essere cosciente di se stessa, e intanto si distrugge.

Dopo qualche millennio, un illustre morfologo delle

civiltà osservava l'isola con sconcerto, perché nella intera

massa dei suoi reperti non riusciva ad avvertire alcun

accenno a una coscienza storica, politica o anche

soltanto biografica, quale invece aveva da sempre dominato

l'Egitto. Per un uomo avido dei segni imperiosi

delle grandi civiltà, Creta manteneva qualcosa di

infantile, sfuggente, inadeguato al compito.

Nelle tavolette della lineare B incontriamo molti

nomi di dèi : una metà circa avrebbero continuato a vivere

come dèi olimpi, l'altra metà si è dispersa. Non

ne sappiamo niente: sono puri nomi di ignoti che appaiono

accanto a quelli di Zeus, Poseidone, Hera. Come

se gli Olimpi fossero stati un tempo molto più numerosi

e portassero con sé l'ombra di quei divini fratelli

scomparsi.

Creta: orci di granaglie numerati nei magazzini, sigilli

con bestie composite, morbidi affreschi, nodi

d'avorio, elenchi di offerte, miele, capsule incise di papaveri,

bucrani e bipenni. Colonne in legno di cipresso,

palazzi con scale e pozzi di luce, pietre tombali senza

nome. Minuscoli idoli ammucchiati, non statue, non

doppi di pietra. Nulla della verticalità divina, manca

la presenza allucinatoria della pietra eretta.

Le storie non vivono mai solitarie: sono rami di una

famiglia, che occorre risalire all'indietro e in avanti.

Nell'ebbrezza della traversata marina in groppa al toro

bianco, Europa cela in sé, come potenze ancora inavvertite,

i destini delle sue nipoti pazze d'amore, Fedra

e Arianna, impiccate per vergogna e disperazione. E

fra le radici celesti di questo albero di storie troviamo

l'errare della giovenca pazza, l'antenata Io, che a sua

volta include in sé l'immagine di un'altra giovenca

pazza, madre di Fedra e di Arianna: Pasifae, anche lei

impiccata per vergogna.

Da una roccia, Arianna guarda Fedra sull'altalena.

Assorta, appetta. Sono due giovani principesse, a Cnosso.

Figlie di Minosse e di Pasifae. Hanno numerosi fratelli

e sorelle. Anche un fratellastro, Asterio, dalla testa

di toro. Suo padre è il grande toro bianco amato da

Pasifae. Asterio è rinchiuso in un edifìcio costruito da

un artefice ateniese fuggiasco, perché - si dice - avrebbe

ucciso qualcuno. Fatto davvero strano, quella costruzione

coperta. Le principesse conoscevano già il labirinto,

ma davanti agli occhi di tutti: era uno spiazzo

per la danza. Non sapevano, nessuno gliel'avrebbe

detto, che quando i Cretesi cominciarono ad avere

troppo a che fare con i Greci e il loro padre Minosse

andava all'assalto del continente, era venuto anche il

momento di coprire i propri segreti, e alla fine di vergognarsene.

L'ateniese Dedalo costruisce a Creta un

edificio che nasconde dietro la pietra sia il mistero (il

tracciato per la danza) sia la vergogna (Asterio, il Minotauro).

Da allora, e fino a oggi, il mistero è anche ciò

di cui si ha vergogna.

Questo passaggio, a sua volta, dipendeva dal procedere

degli eventi nella storia della metamorfosi. Le

forme si manifestavano in quanto si trasformavano. E

ciascuna forma aveva una perfetta nettezza, finché rimaneva

tale. Ma si sapeva che un attimo dopo poteva

essere sostituita da un'altra. Con Europa e Io agisce

ancora il velo epifanico. Il toro mugghiarne, la giovenca

pazza tornano un certo giorno ad apparire come dio

e fanciulla. Con il passare delle generazioni, invece, la

metamorfosi diventa più difficile, e sempre più evidente

si mostra il carattere fatale della realtà: l'irreversibile.

Già Pasifae dovrà acquattarsi all'interno di una

giovenca di legno, un grosso giocattolo con le ruote.

E quel giocattolo verrà spinto sino alla prateria di

Gortina, dove pascola il toro desiderato. Dal loro congiungimento

nasce una creatura che non potrà mai tornare

a essere bestia o uomo. È un ibrido per sempre.

E, come l'artefice aveva inventato un oggetto inanimato

per esporre la madre, così dovrà inventare un altro

oggetto, il labirinto, per celare il figlio. Il Minotauro

verrà ucciso, Pasifae morirà prigioniera, nella vergogna.

Già non si poteva più accedere alle forme e ritornarne.

Occorre costruire oggetti e generare mostri perché

ancora regni il potere della metamorfosi, quando

ormai logoro e lacerato è il velo epifanico.

LUCIANO, Dialoghi Marini, XV Zefiro e Noto

II sec. d.C.

ZEFIRO. Non mai ho veduto sul mare un corteo più magnifico,

dacché io sono e spiro. Non l’hai tu veduto, o Noto?

NOTO. Di qual corteo parli, o Zefiro? e chi lo ha fatto?

ZEFIRO. Hai perduto uno spettacolo bellissimo; e non vedresti il

somigliante mai più.

NOTO. Io avevo un gran fare nel mare Eritreo; soffiavo sovra una

parte dell’India, su tutto il lido di quella regione: onde non ho veduto

quel che tu dici.

ZEFIRO. Conosci Agenore di Sidone?

NOTO. Sì: il padre di Europa. Ma che?

ZEFIRO. Di lei appunto ti racconterò.

NOTO. Forse che Giove n’è innamorato da molto tempo? Cotesto

già lo sapevo.

ZEFIRO. Sai dell’amore: odi ora il resto. Europa era discesa sul lido

a scherzare con le compagne: e Giove fattosi torello scherzava con

esse, e pareva bellissimo: Aveva una bianchezza grande, le corna

ben ricurve, pareva assai mansueto, ruzzava anch’egli sul lido, e

soavemente mugliava; onde ad Europa venne ardire di salirgli sul

dorso. E come fu salita, rattissimo Giove corse al mare, e

portandola nuotava: ed ella tutta smarrita attenevasi con la mano

sinistra ad un corno per non cadere, e con l’altra si stringeva il

peplo che ventilava.

NOTO. Dolce spettacolo ed amoroso tu vedesti, o Zefiro: Giove

nuotante portar sul dorso l’amata donzella.

ZEFIRO. Il più bello, o Noto, fu quel che seguì. Il mare subito

divenne senz’onde, e si distese in calma perfetta. Noi tutti taciti, e

non altro che spettatori del fatto, seguitavamo. Gli Amori sorvolando

di poco le acque, e quasi sfiorandole con le punte dei piedi,

portavano faci accese in mano, e cantavano un imeneo. Le Nereidi

cavalcando delfini, e molte sorgendo mezzo nude dalle acque,

applaudivano. La famiglia dei Tritoni, e degli altri marini non

dispiacenti alla vista, tutti guizzavano ballando intorno la fanciulla.

Nettuno montato sul cocchio, avendo a fianco Anfitrite, precedeva

lieto facendo la via al nuotante fratello. Dietro tutti Venere portata

da due Tritoni, e sedente in una conca, spargeva fiori d’ogni sorte

su la novella sposa. Questo fu dalla Fenicia sino a Creta: dove,

come giunsero, non apparve più il toro, ma Giove, che presa

Europa per mano, la menò nell’antro Ditteo, arrossendo ella e

tenendo gli occhi bassi, chè già sapeva perchè v’era menata. Noi

ce ne tornammo, chi qua, chi là, a sconvolgere il mare.

NOTO. O Zefiro, tu ti beasti con questa vista: ed io vedeva grifi,

elefanti, ed uomini negri.

ORAZIO, Odi, III, 27, vv. 25-76: Il mito di Europa per Galatea

 

Cosí temeraria Europa abbandonò il fianco

niveo al toro ingannatore e si fece pallida

al brulicare di mostri e a tutti i pericoli

che sono in mezzo al mare.

Mentre prima era intenta a cogliere nei prati

i fiori, che intrecciava per le ninfe in serti,

ora nel velo della notte non vedeva

altro che stelle e flutti.

Quando infine toccò Creta, forte di cento

città: 'Padre, padre mio', disse, 'ora che piú

non merito, travolta dalla mia follia,

pietà e il nome di figlia,

dove mai mi trovo? Lieve è una sola morte

per la colpa d'una vergine. Piango insonne

la mia vergogna o di me, pura d'ogni macchia,

si prende gioco un'ombra

vana che, fuggendo dalla porta d'avorio,

mi crea un sogno? Solcare la vastità

del mare o cogliere fiori appena sbocciati:

per me cos'era meglio?

Se mai in mano alla mia ira fosse dato

quel toro infame, che tanto ho amato, col ferro

lo dilanierei e tenterei di spezzare

le sue corna mostruose.

Senza pudore ho abbandonato i miei Penati,

senza pudore faccio attendere la morte.

Se qualche dio m'ascolta, mi faccia vagare

nuda in mezzo ai leoni.

Prima che le mie guance perfette si guastino

per inedia e si perda di questo mio frutto

il succo, voglio che le tigri mi divorino

bella come qui sono'.

E di lontano il padre incalza: 'Vile Europa,

perché non t'uccidi? Impiccandoti a quest'orno

con la cintura, che a proposito hai con te,

puoi spezzare il tuo collo.

O se per morte preferisci scogli aguzzi

e rupi, coraggio, abbandonati alla furia

della tempesta: non vorrai filare lana

per chi gode di te

e cadere in mano a una padrona straniera,

tu che da un re sei nata'.

Presente ai lamenti

era Venere, che sogghignava, e con l'arco

allentato suo figlio.

Poi, durato a sufficienza il gioco, le disse:

'Frena l'ira, frena la foga di battaglie,

quando il toro del tuo odio ti porgerà

le corna da spezzare:

dell'invincibile Giove tu sei la sposa.

Smetti di singhiozzare e impara a sostenere

il tuo grande destino: una parte del mondo

da te prenderà nome'.

OVIDIO, Metamorfosi

2-8 d.C.

II, 836-875; III, 1-5

Quand’ecco che Giove, suo padre, lo chiama in disparte, e

senza rivelargli il perché, e cioè di essere innamorato, gli

dice: “Fedele esecutore dei miei ordini, figlio, non perdere

tempo e scendi giù veloce come al solito, e in quella terra

(Simonia è il nome indigeno) da cui si vede tua madre tra le

stelle dalla parte sinistra, in quella vai. E vedrai che un

armento del re pascola lontano su un monte erboso:

sospingilo verso la spiaggia”. Così dice. E già i buoi

scacciati dal monte si dirigono, come ha ordinato, verso la

spiaggia, sove la figlia del grande re è solita giocare col suo

seguito di fanciulle di Tiro. Maestà ed amore non vanno

molto d’accordo, non possono convivere. Perciò, lasciato lo

scettro solenne, il padre e signore degli dèi, colui che ha la

destra armata di fulmini a tre punte, che con un cenno fa

tremare il mondo, assume l’aspetto di un toro e mescolatosi

alle giovenche mugge e gironzola, bello, sul tenero prato. Il

colore è proprio quello della neve non calcata dalla pianta di

un duro piede, non sciolta dall’Austro piovoso. Il collo è

rigonfio di muscoli, dalle scarpe pende la giogaia. Le corna,

è vero, sono piccolette, ma così ben fatte che potresti

sostenere che son fabbricate a mano, e sono più diafane di

una gemma pura. Niente di minaccioso nella fronte, e lo

sguardo non mette paura. Un muso tutto pace. La figlia di

Agènore lo guarda meravigliata: è così bello, non ha affatto

un’aria battagliera. Dapprima però, anche se è tanto

mansueto, ha timore di toccarlo. Poi gli si accosta e gli

tende dei fiori verso il candido muso. Gode l’innamorato, e,

in attesa del piacere sognato, le bacia le mani. E ormai a

stento, a stento rinvia il resto, ed ora giocoso le saltella

attorno sull’erba verde, ora distende il fianco color di neve

sulla rena bionda. E dissipata a paco a poco la paura, ora le

offre il petto perché lo palpi con la sua mano virginea, ora le

corna perché le inviluppi di ghirlande appena intrecciate. A

un certo punto la figlia del re si azzarda a sedersi sul torso

del toro, senza sospettare di chi sia in verità. Allora il dio,

allontanandosi con fare indifferente dalla terra e dalla

spiaggia asciutta, comincia a imprimere le sue false orme

sulla battigia, poi va più avanti, poi si porta via la preda

sull’acqua in mezzo al mare. Lei è piena di spavento, e si

volge a guardare la riva ormai lontana. La destra stringe un

corno, la sinistra è poggiata sulla groppa. Tremolando le

vesti si gonfiano alla brezza.

III, 1-5

Già, deposto l’ingannevole aspetto di toro, Giove si era

rivelato e si trovava nella campagna di Creta, quando il

padre della fanciulla rapita, ignaro, ordinò a Cadmo di

ricercarla, minacciando di esiliarlo se non l’avesse ritrovata,

spietato per troppo affetto.

OVIDIO, Fasti, V, 603-618

I sec. d.C.

14 Maggio

La notte che precede le Idi vede il Toro alzare la sua fronte

coperta di stelle. A questa costellazione è dedicata una

celebre storia. In sembianza di toro Giove offrì il dorso alla

fanciulla di Tiro; recava delle corna sulla fronte posticcia. Lei

con la destra gli abbraccia il collo, con la sinistra si trattiene

la veste. La sua bellezza era ulteriormente esaltata dalla

paura che aveva. Il vento le gonfia il vestito, il vento agita i

suoi biondi capelli: ecco come ti offrivi fanciulla Simonia, allo

sguardo ammirato di Giove. Più volte lei solleva dalla

superficie del mare i suoi piedi da fanciulla, temendo di

venire bagnata dal ribollire dell’onda. Più volte il dio

immerge astutamente il dorso nell’acqua per farla aderire

con maggior forza al suo collo. Arrivati alla riva, Giove si

alza in piedi privo di corna: da bove che era è tornato ad

essere un dio. Il Toro sale nel cielo mentre tu, fanciulla

Simonia, sei ingravidata da Giove, e ad un terzo delle terre

emerse è conferito il tuo nome.

                                                                                                      continua