I Sogni 4

d. C. ), in età cristiana, come aveva fatto peraltro Artemidoro da Daldi, (Onirocritica 1-2), hanno rivolto l'attenzione alle entità intermedie, né umana né profana, ma un “daimon” (daiomai, "spartire", "assegnare o distribuire il destino") che porta un “sogno” veridico, Somnium, Oraculum, Visio, o falso, Imsomnium e Visum (che non implicano un’interpretazione) e qui vi sono due scuole di interpretazione: una pseudo scientifica e l'altra conservatrice e religiosa.

Il Medio Evo è pieno di sogni: da quello di Innocenzo III, in cui Francesco sorregge la Chiesa (la basilica del Laterano), ma anche dove il poverello di Assisi è il sognatore[1] (un castello pieno d'armi ed udì una voce promettergli che tutto quello sarebbe stato suo), a quello di Enrico III imperatore al quale appare San Benedetto in veste di chirurgo[2], dal sogno di re Quasidio, nel ciclo del Prete Gianni, che si trova, ad una fonte gustosa e odorosa, a Dante dalla visione della Vita Nova al conte Ugolino (nell’incubo terribile fatto nella torre della Muda, “quand' io feci 'l mal sonno/che del futuro mi squarciò 'l velame[3]), dalla grande sognatrice Hildegarde di Bingen, che fornisce una autentica teoria psicofisiologica del sogno (e che nel suo trattato Causae et curae dice che “somnium”, in opposizione all'incubo, appartiene all’«uomo di buon carattere»), a Guillaume de Lorris che, proponendo il suo Roman de la Rose esattamente come il racconto d' un sogno, ne fa il prototipo della letteratura onirica cortese (così come nei secoli seguenti faranno da Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili o "amoroso combattimento onirico di Polifilo – a John Donne [4] in The Dreame, il quale dice della donna: “lo ti credetti sulle prime un angelo, /ma quando vidi che mi vedevi in cuore, /sapevi i miei pensieri oltre l'arte di un angelo, /quando sapesti il sogno, quando sapesti quando la troppa gioia mi avrebbe destato e proprio allora giungesti, confesso che profano sarebbe stato crederti qualcos'altro da te. Il venire, il restare ti rivelò: tu sola”).


[1] Tommaso da Celano, Vita Seconda di San Francesco d'Assisi, parte I, cap. II, FF 586-587.

[2] Nel duomo di Bamberg  v’è il sarcofago dell’imperatore Enrico II (1002-1024) e della moglie Cunegonda su cui è rappresentato San Benedetto che, in veste di chirurgo, toglie un sasso dalle mani del malato, chiaramente in stato narcotico. Durante un viaggio in Italia Enrico viene colpito da una terribile colica di cui i medici si danno per vinti; l’imperatore allora sale a Montecassino per implorare sulla tomba del santo la guarigione, ma scopre che le reliquie non sono lì; deluso torna al suo accampamento e durante il sonno gli appare San Benedetto con una pozione narcotica e una forbice da sarto usata come bisturi: lo opera dal calcolo, guarendolo.

[3] Dante, La Divina Commedia, Inferno, 33, 26-27.

[4] J. Donne, Poesie amorose e poesie teologiche, a cura di C. Campo, Ei­naudi, Torino 1971, pp. 48-49, 106.

"Comming and stayng show'd thee, thee" cioè "Il ve­nire e il restare hanno mostrato che tu eri tu".

 

Invece la filosofia medievale ha inizio con due sogni importantissimi: quello di Monica e quello di Gennadio. Vediamo Agostino d'Ippona (354 – 430), la cui madre ha il sogno premonitore dell’angelo che le disse: “Ma non vedi che sulla stessa trave dove sei tu c’è anche lui?” e quello dell’esistenza della vita dopo la morte.

 

“Le sembrò, - racconta nelle Confessioni - dunque, di essere ritta sopra una trave di legno, ove un giovane radioso e ilare le andava incontro sorridendole, mentre era afflitta, accasciata dall’afflizione. Il giovane le chiedeva i motivi della sua mestizia e delle lacrime che versava ogni giorno, più con l’intento di ammaestrarla, come suole accadere, che d’imparare; ed ella rispondeva di piangere sulla mia perdizione. Allora l’altro la invitava, per tranquillizzarla, e la esortava a guardarsi attorno: non vedeva che là dov’era lei ero anch’io? Ella guardò e mi vide ritto al suo fianco sulla medesima trave” … Così proprio in quel sogno e molto tempo prima del vero fu predetto alla pia il gaudio che avrebbe provato in un futuro lontano, per consolarla dell’ansia che la struggeva al presente. Passarono in seguito nove anni, durante i quali io mi avvoltolai in quel fango d’abisso e tenebre d’errore …” [1].

 

Nella Lettera 159, scritta fra il 414-415, ad Evodio, Agostino[2] riferisce le due visioni avute dal medico Gennadio dove usa l’esempio del sogno che, pur sembrando inspiegabile, non avviene tramite la sostanza corporea (gli occhi, mentre dormo, restano inoperosi, ma “hai tuttavia altri occhi”):

 

“Gennadio, notissimo quasi a tutti e medico … dubitava dell'esistenza di un'altra vita dopo la morte ... gli fece apparire in sogno un giovane distinto e di bell'aspetto che gli disse: "Seguimi". Andandogli dietro, Gennadio giunse a una città, dove cominciò a udire, alla sua destra, la melodia d'un canto d'una dolcezza straordinaria, superiore a quella che di solito noi proviamo. A Gennadio, attento per capire che cosa succedesse, il giovane spiegò ch'erano gli inni dei beati e dei santi. Che cosa mi dicesse di aver visto alla sua sinistra, non ricordo bene. Si svegliò, svanì il sogno, vi prestò quel tanto di attenzione che merita un sogno. …

Il giovane lo interrogò se avesse veduto in sogno o da sveglio quanto aveva narrato e Gennadio rispose d'averlo visto in sogno. "Ricordi bene, assentì il giovane, è vero, lo hai visto in sogno; ma sappi che anche ora tu vedi in sogno". All'udire queste parole, Gennadio vi prestò fede e rispose confermandole. Allora il giovane, che lo informava, gli domandò ancora: "Dov'è ora il tuo corpo?" "Nella mia camera da letto" fu la risposta di Gennadio. "Sai tu - proseguì l'altro - che i tuoi occhi stanno serrati, chiusi e inoperosi nel tuo corpo e che con essi non vedi nulla?" "Lo so", rispose. "Quali occhi sono dunque questi, coi quali mi vedi?" gli chiese il giovane. Non sapendo che cosa rispondere, Gennadio tacque. Ma, come lo vide esitare, quel giovane, che si sforzava con queste interrogazioni di istruirlo, gli spiegò subito: "Gli occhi, del tuo corpo, mentre ora tu dormi e giaci a letto, stanno inoperosi e non compiono alcuna operazione; hai tuttavia altri occhi, coi quali mi contempli e godi della presente visione. Allo stesso modo, quando avrai compiuta la vita terrena, gli occhi del tuo corpo saranno inoperosi ma sarai dotato d'una vita, che ti permetterà di vivere, e di sensi, con cui potrai percepire le sensazioni. Bada di non dubitare più in seguito della persistenza della vita dopo la morte". Quell'uomo veridico afferma che in questo modo gli si dissipò il dubbio sulla questione. E chi glielo insegnò, se non la misericordiosa Provvidenza divina?”.


[1] Sant Agostino, Confessioni, III – 19 – 20.

[2] Sant Agostino, Tutte le opere, Lettere, Vol. 3, 159. NBA.

 

 

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I Greci e il sogno 

I pazzi e i sognatori credono in ciò che è falso”, scriveva Platone (Teeteto, 158b).

Il sogno è l’infinita ombra del vero”, esclamava Alessandro Magno nel poemetto di Giovanni Pascoli ( Alexandros, 20)

Sogno e follia sono percorsi di conoscenza alternativi ai procedimenti consueti della razionalità: chi è folle e chi sogna, scavalca i confini della ragione ed esprime modi di essere fondati sul dissolvimento del senso comune.

A differenza della follia, però, il teatro del sogno ha un solo spettatore: la persona che sogna. Tertulliano diceva che “ un sogno è una sorta di mimo silenzioso (De anima, 45,2).

Tuttavia, quello del sogno non è uno spazio vuoto; piuttosto è uno spazio aperto in cui possono penetrare persone lontane o assenti.

Il più antico esempio di questa vertigine dell’esistere e del non esistere è il sogno di A bile nell’Iliade, in cui il defunto Patroclo gli appare vicino, bello e misterioso. Una versione molto recente è quella del poeta americano Wendell Berry:

In un sogno incontro

  il mio amico morto. Se n’ andato,

  lo so, molto lontano,

  eppure è sempre lo stesso

  perché immutabili sono i morti.

  Non invecchiano.

  Sono io che sono cambiato,

  e quel che ero mi è diventato estraneo.

  Ma io, quello cambiato,

  gli chiedo:” Come stai?”.

  Lui sorride e mi guarda:

  Ho mangiato pesche

  colte da alberi bellissimi”.

Per tutta l’epoca antica il sogno rimase il luogo per eccellenza in cui realtà improbabili s’incontrano, comunicano, e talvolta si scambiano il posto.

Se il sogno è una finzione, è una finzione che contiene verità; il sonno appare come una sorta di morte provvisoria, è una morte inquieta, pullulante di vita.

Immaginiamo la morte, dice  Socrate nell’Apologia, come un sonno senza risveglio e l’eternita appunto come un sonno durante il quale non si fanno sogni”.

A livello mitico la contiguità tra sonno e morte s’impone quasi naturalmente: per Esiodo, Hypnos e Thanatos sono due tenebrosi fratelli e loro fratelli sono anche Chera e Moron e, insieme a loro “la stirpe dei sogni” che sciamano tra gli uomini.

Hypnos e Sogni -> alternanza di coscienza e non coscienza, sino ad arrivare alla non coscienza senza possibilità di ritorno alla coscienza, quindi a Thanatos.

E se la realtà di chi è morto, e il suo modo di percepire le sensazioni nell’Aldilà’, fossero di natura affine a quella che i viventi sperimentano durante i loro sogni?

Omero immagina che importi racchiusi nell’Ade siano simili a un sogno: quando Odisseo incontra la madre Anticlea nel buio regno sotterraneo, si slancia verso di lei per abbracciarla, ma per tre volte il fantasma gli svanisce tra le mani volando via “come un’o o un sogno”. La madre gli dice:” ah, figliomio, questo è il destino di ogni uomo, quando il fuoco dissolve le ossa sul rogo e la forza vitale vola via; da quel momento l’anima vaga nel mondo delle ombre, simile a Umberto sogno (ευτε οναρ)”. (Odissea, XI, 204-222). La parola usata da Omero diventerà fondamentale nella storia del pensiero occidentale ( ψυχη), anche se quella che appare a Odisseo non è veramente un’anima, nel 

senso platonico e poi cristiano del termine; è piuttosto una sbiadita copia della persona, che però continua a provare emozioni e sentimenti, parla, ricorda.

Figure come queste sono indicate anche con il termine (ειδολον), un’immagine priva di sostanza, un doppio della persona.

Un passo dell’Iliade mostra come Omero percepiva la natura del sogno-fantasma:

Del cibarsi e del ber spenta la voglia, 

tutti sbandârsi alle lor tende, e al sonno 

cesser le membra. Ma del mar sonante 

lungo il lido si stese in mezzo ai folti 

tessali Achille su la nuda arena, 

di cui l’onda gli estremi orli lambìa. 

Ivi stanco di gemiti e sospiri 

e della molta in perseguendo Ettorre 

sostenuta fatica, il dolce sonno 

alleggiator dell’aspre cure il prese, 

soavemente circonfuso. Ed ecco 

comparirgli del misero Patròclo 

in visïon lo spettro, a lui del tutto 

ne’ begli occhi simìle e nella voce, 

nella statura, nelle vesti, e tale 

sovra il capo gli stette, e così disse: 

Tu dormi, Achille, né di me più pensi. 

Vivo m’amasti, e morto m’abbandoni. 

Deh tosto mi sotterra, onde mi sia 

dato nell’Orco penetrar. Respinto 

io ne son dalle vane ombre defunte, 

né meschiarmi con lor di là dal fiume 

mi si concede. Vagabondo io quindi 

m’aggiro intorno alla magion di Pluto.”

L’immagine onirica parla a lungo, piena di sofferenza e sembra avere una vita psicologica tutta sua. Possiede una memoria che travalica il momento circoscritto del sogno è, infine, è in grado di allungare lo sguardo su un tempo che ancora non c'è, quando predice a Achille la prossima morte. Ma il sognatore non rimane passivo:

A che ne vieni, o anima diletta?

gli rispose il Pelìde; e a che m’ingiungi 

partitamente queste cose? Io tutto 

che comandi farò: ma deh t’appressa, 

ch’io t’abbracci, che stretti almen per poco 

gustiam la trista voluttà del pianto. 

Così dicendo, coll’aperte braccia 

amoroso avventossi, e nulla strinse, 

ché stridendo calò l’ombra sotterra, 

e svanì come fumo. In piè rizzossi 

sbalordito il Pelìde, e palma a palma 

battendo, in suono di lamento disse: 

Oh ciel! dell’Orco gli abitanti han dunque 

spirito ed ombra, ma non corpo alcuno? 

Del misero Patròclo in questa notte 

sovra il capo mi stette il sospiroso 

spettro piangente, tutto desso al vivo, 

e più cose m’ingiunse ad una ad una.

L’ειδολον che visita Achille non viene descritto come un prodotto della sua mente, ma non è neppure una realtà oggettiva, non possiede una sua autonomia al di fuori del sonno, ma viene risospinto dalla realtà dei vivi a quella dei morti a cui appartiene, cosicché non si può dire se l’immagine di Patroclo svanisce perché Achille si risveglia o fugge via perché l’apertura che connette i vivi e i morti si è richiusa improvvisamente per qualche misteriosa ragione.

Questo episodio è importante anche per altri motivi:

  1. È una delle più antiche testimonianze nella cultura greca di una fede nella sopravvivenza dopo la morte di qualcosa che prosegue l’esistenza.
  2. Si ha l’embrione di una credenza relativa all’esistenza dell’anima, non dai fenomeni del sentire, del volere e dell’intendere nell’uomo desto è cosciente, ma da quelli del del sogno, dell’estasi si è potuta dedurre l’esistenza di 2 esseri viventi nell’uomo e di un secondo “io” nell’interno dell’io di tutti i giorni.

Artemidoro, a proposito di questo episodio, commenta:” il solo fatto di sognare persone morte indica che ci si troverà nella situazione che i morti avevano in vita nei confronti di chi ha visto il sogno. Se erano amabili e benefici annunciano del bene e un futuro piacevole, il contrario indica il contrario”. Gli stoici spiegavano questi fenomeni

come la prova del legame di affinità che unisce tra loro tutte le anime dell’universo, i vivi e i morti insieme. Ciò significa che ogni uomo è posto davanti all’evidenza del suo sdoppiamento e del fatto che egli si muove all’interno di due percorsi psicologici organizzati secondo categorie opposte e tuttavia compresenti in ogni membro della specie umana = alternanza di pensiero cosciente e impulsi irrazionali.

Tuttavia, escludere il sogno dalla propria esperienza per relegarlo in qualche angolo buio del non-senso significa galleggiare abbastanza in superficie sul mare della coscienza. Tale esclusione significherebbe perdere una parte del proprio bagaglio mitico; Freud affermava che il sogno è il mito di un individuo, come i miti sono il pensiero sognante di un popolo. ( il poeta e la fantasia, vol. 5, pag. 382)

Sinesio di Cirene ( V secolo d. C) aveva già formulato l’idea che erano stati proprio i sogni a stimolare l’umanità a inventare i miti.

Lucrezio assicura che nei sogni la sua parte notturna continuava a elaborare pensieri e a inventare versi per il suo poema (“naturam quaerere rerum semper et inventampatriis esponere chartis”).

I Maori dicono che quando uno dorme la sua anima “si reca nel reinga” e lì prende contatto con i morti; il sogno è il veicolo di questo viaggio.

Ritornando al sogno di Achille, l’incontro notturno con Patroclo:

  1. dà forma onirica ai sensi di colpa di Achille per non aver saputo proteggere l’amico morto in battaglia al suo posto e per non essersi preso cura dei suoi riti funebri.
  2. Contiene aspetti fortemente emotivi: il rimpianto per i momenti passati insieme, che mai più torneranno, il desiderio di Achille di stare vicino al suo amico, l’angoscia di Patroclo.
  3. Il sogno di Achille suggerisce un dislivello tra il tempo del sogno e quello del sognatore. Achille immagina Patroclo del tutto simile al vivente, è fotografato in un attimo senza tempo. Non è il Patroclo che insegue i Troiani, neppure quello nudo e coperto di polvere: è un alter ego depurato dal tempo e trasferito in un immaginario astratto, come se Achille volesse sottrarlo al fiume del tempo che scorre.

Infine, a volte, il sogno può recuperare il tempo perduto: Odisseo, dopo aver incontrato Penelope sotto mentite spoglie, si sta agitando sul suo giaciglio, incapace di prendere sonno e si gira da una parte e dall’altra. Gli compare Atena che lo rimprovera dolcemente: perché, amico mio, ti agiti così, incapace di prendere sonno? Molti altri hanno avuto fiducia in amici meno forti di me. Ora dormi e, con un tocco, lo fa cadere nel sonno.          

In quello stesso momento Penelope si ridesta e ricorda un sogno appena terminato: ho visto accanto a me lo sposo, bello e giovane come quando era partito per Troia; il tempo per lui non sembrava passato e abbiamo fatto l’amore.

Lo sposo è vicino a lei, anziano ancor più invecchiato dal travestimento ma, forse, Penelope lo desidera comunque. Forse una corrente di emozioni si è mossa la sera prima, quando i due stavano seduti l’uno accanto all’altro, parlandosi di tante cose intime e, sebbene Odisseo non si fosse rivelato, forse Penelope aveva capito e gli aveva anche raccontato un proprio sogno pieno di desideri inespressi.

Poco dopo il tempo scorre in avanti: l’eroe si ridesta sentendo piangere Penelope e nel dormiveglia ha l’impressione che la moglie si stia chinando sopra di lui. Forse anche Odisseo aveva appena finito il sognio di fare l’amore con Penelope, giovane e bella.

Continua