I Sogni 3

Solo dopo Freud si intravede l’enorme importanza del sognatore, anzi l’unicità della persona che ha o fa il sogno e lo mette in parole. Ed è da quel momento (1899) che ha inizio la moderna interpretazione dei sogni.

E’ con un sogno o una visione divina che Esiodo (VIII sec. A.C.), il poeta di Ascra, ai piedi del monte Elicona, ha in dono dalle Muse un’opera composta da 1022 esametri (dal Caos primordiale fino al momento in cui Zeus diviene re degli dei) e cioè un poema mitologico in cui si raccontano la storia e la genealogia degli dei. I primi versi della Teogonia recitano: “Esse una volta a Esiodo ispirarono il canto bello, mentre pascolava gli armenti sotto il divino Elicone; questo discorso, per primo, a me rivolsero le dee, le Muse d'Olimpo, figlie dell'egioco Zeus” (Teogonia, v. 25).

Racconta Esiodo nella Teogonia, 5, che “La Notte diede la luce all'odioso Destino, la Parca negra, la Morte, il Sonno, fu madre al popolo dei Sogni”. Si tratta della stirpe di una gente che vive in un mondo diverso dalla veglia, una razza dissimile dagli uomini che mangiano orzo e non vivono né lo slancio vitale né l’eternità. Il “dio col cuore di ferro e gli organi interni di bronzo”, Ypnos fratello di Thanatos, dorme in una grotta vicino ad Oblio e sopisce le sofferenze del genere umano. Come al solito sogno e mito si intrecciano inscindibilmente e il poeta non si esprime per allegorie o con ornamenti, ma cerca di trasmettere un’esperienza reale.

I sogni “vanno vagado fra gli uomini” [Erodoto, 7. 16, b] e la teoria atomista di Democrito [A 77] (la più lontana dal mito) considera gli eidola come emanati continuamente dagli uomini e dalle cose che cercano, attraverso i pori della pelle, di arrivare alla coscienza; Lucrezio [De R. N. 5-724] li dice “rerum simulacro vagari”. Per i razionalisti meccanicisti, in buona sostanza, sono sempre con noi e cercano il modo di apparirci come “figure”. Nel II Libro dell’Iliade  [vs 1-80] Omero mette in scena il Sogno cattivo mandato da Zeus ad Agamennone per far sì che Teti non “fosse la dea più spregiata” e che il suo figlio Achille avesse la vendetta. Il padre degli dei passa una notte insonne, dato che ha dato la sua irremovibile promessa “che non può ingannare” e quindi onorare il Pelide adoperandosi per far perder una battaglia agli Achei. Quindi incarica il Sogno cattivo di apparire in sonno ad Agamennone, sotto le spoglie del savio Nestore, per consigliarlo di attaccare i Troiani.

Già presso gli antichi queste visioni che dicono il falso per l’astuzia di un dio e il suo tornaconto erano reputate biasimevoli e disdicevoli e Platone lo afferma con forza: “… il demonico e il divino sono in tutto e per tutto esenti da menzogna … Insomma, la divinità è semplice e veritiera nei fatti e nelle parole, non subisce mutamenti e non inganna gli altri né con apparizioni, né con discorsi, né con l'invio di segni durante la veglia o in sogno… Perciò, pur tributando molti elogi a Omero, non lo loderemo per il sogno inviato da Zeus ad Agamennone.” [Rep II 382 e 383 a]. E’ questo un sogno cattivo, il quale non si verifica, anzi è mandato perché il sognatore si inganni inevitabilmente e giochi ad un gioco truccato contro Zeus (come nell’Odissea VI 14-40 dove Atena fa credere a Nausica “che non per molto sarai vergine ancora” ). 

 

“… e questa gli parve nell'animo la decisione più bella, mandare all'Atride Agamennone il Sogno cattivo … Muoviti e va', Sogno cattivo, alle navi degli Achei; entrato nella tenda d'Agamennone Atride,  tutto, con grande esattezza, annunciagli, come comando … Gli stette sopra la testa, simile al figlio di Neleo, Nestore, che tra gli anziani Agamennone onorava moltissimo; a lui somigliando il Sogno cattivo parlò …”.

 

Gli stette sopra la testa come una figura e non come una esperienza onirica per cui per il Greco il sogno si vede, non si ha né si fa, il sogno visita il sognatore e quindi ha un aspetto conosciuto, tanto che la maggior parte dei sogni si aprono con il visitatore che usa le parole “tu dormi …” per significare che si è nell’altra parte della vita da dove viene il popolo dei sogni. Il termine “stare sopra” (epistenai) è da tutti usato: da Omero ad Erodoto, da Saffo ad Eschilo, da Platone ad Euripide … ma anche nei templi di Epidauro, in Pindaro, in Isocrate fino agli Atti degli Apostoli. La differenza fra i sogni è il significativo e il non significativo e la discordanza fra le porte d’avorio e quelle di corno si mantiene uguale per tutta l’antichità[1].


[1] “… sia esso venuto dalla porta di corno o da quella d’avorio”. [Carm 173 a-b].

Sunt geminae Somni portae; quarum altera fertur / cornea, qua veris facilis datur exitus umbris, / altera candenti perfecta nitens elephanto, / sed falsa ad caelum mittunt insomnia manes. Escono i Sogni / d'Inferno per due porte; una è di corno, / l'altra è d'avorio; manda il corno i veri, / l'avorio i falsi.”  Virgilio, Eneide, VI, 893-96; tr. it. di Annibal Caro. 

Nel Critone Socrate fa un sogno veritiero di una donna che gli preconizza la sua morte e da questo prende avvio il suo dialogo con il discepolo che, quando ha capito di cosa si tratta, dice al maestro di lasciarsi persuadere a mettersi in salvo:

 

“CRIT. E quale fu questo sogno? SOCR. Io vidi come venirmi dinanzi una donna bella e di piacevole aspetto, in candida veste; e mi chiamava per nome, e mi diceva: O Socrate, nel terzo dì da questo a Ftia tu giungerai, ricca di zolle. CRIT. Strano sogno codesto, o Socrate. SOCR. Chiarissimo però, almeno mi sembra, o Critone il mio sogno”.

 

Il mondo del demonico convive con il divino e l’umano e i demoni “si trovano realmente ed essi sono anche chi ha vissuto bene e muore ottenendo un grande destino e onori e diventano “dàimones: poiché erano ragionevoli” [Crat. 398 a-b]. E siccome intorno agli dei non è possibile fare discorsi coerenti ed privi di contraddizioni, ma solo un discorso verosimile [Tim. 29c], dice “Divinità vivente immortale, che basta da sé alla sua felicità; essenza eterna, principio naturale del bene” [Def. 411 a]:

 

“Poiché, dunque, queste cinque specie d’esseri viventi esistono davvero, comunque a ciascuno di noi si siano rivelate, o mentre si dorme apparendo in sogno, o, si dice, sotto forma di presagi o vaticini, per voci ascoltate da gente sana o malata, oppure da persone sul punto di morire ...” [Epinom. 485 c].

 

Platone è uno dei pochi a trattare il sogno come morte, non come premonizione o come figura retorica, ma come desiderio e speranza che la fine della vita arrivi come una quiete e un’incoscienza non turbata da sensazioni e impressioni del mondo dei viventi:

 

“Ora, se il morire equivale a non aver più sensazione alcuna, ed è come un sonno quando uno dormendo non vede più niente neppure in sogno, ha da essere un guadagno meraviglioso la morte. Perché io penso che se uno, dopo aver come trascelta nella propria memoria tal notte in cui si fosse addormentato così profondamente da non vedere neppur l’ombra di un sogno, e poi, paragonate a questa le altri notti e gli altri giorni di sua vita, dovesse dirci, bene considerando, quanti giorni e quante notti in tutto il corso della sua vita egli abbia vissuto 

 

più felicemente e più piacevolmente di quella notte; io penso che colui, fosse pure non dico un privato qualunque ma addirittura il Gran Re, troverebbe assai pochi e facili a noverare codesti giorni e codeste notti in paragone degli altri giorni e delle altre notti. Se dunque tal cosa è la morte, io dico che è un guadagno; anche perché l’eternità stessa della morte non apparisce affatto più lunga di un’unica notte.” (Apologia di Socrate 40 d-e).

 

 

 

Verità e opinione sono fra loro diverse come la veglia e il sonno, ma non inverse [Polit. 278c-e.], ossia, messe di fronte, l’una ha minore valore dell’altra e nel Menone, dove Socrate paragona l'insicurezza dell'opinione e l'instabilità del suo "sapere" alle statue di Dedalo (il mitico artigiano ateniese, reputato padre del nuovo stile, che aveva sostituito alla staticità delle statue stilobate la dinamica plasticità delle sculture che davano il senso del movimento) “… dopo che sono state legate diventano in primo luogo conoscenza e, inoltre, diventano stabili. Per questa ragione la scienza [episteme] è di maggior pregio della retta opinione e ancora la conoscenza scientifica differisce dalla retta opinione proprio in virtù di quei legami” [97d – 98a],  o come aveva fatto nel Fedro, “Le altre anime ripiene di questo tormento se ne vanno senza essere iniziate alla visione di ciò che è e, allontanandosi, si cibano del cibo dell’opinione. Ma ciò onde deriva il grande tormento per riuscire a vedere la pianura della verità” [247 a-c e 248 b-c]. E nella Repubblica arriva a parlare di una meditazione o contemplazione religiosa (o riflessione interiore) dopo aver svegliato la sua ragione e stimolato la saggezza abbandonandosi al riposo autentico (senza sogni, visioni, fantasie o allucinazioni):

 

 

 

"… quando un uomo si lascia andare nel sonno dopo avere svegliato la sua ragione e averla nutrita di bei pensieri e di belle meditazioni, dedicandosi alla riflessione interiore, quando ha calmato il desiderio senza sottometterlo al bisogno né all’eccesso per addormentarsi e non turbare con le sue gioie e i suoi dolori il principio migliore, ma gli permette di guardare da solo e libero da desideri e percepire qualcosa che gli sfugge del passato, del presente, o dell'avvenire... quando ha stimolato la terza parte dell'anima dove ha sede la saggezza, e infine s'abbandona al riposo: è in queste condizioni ... che l'anima raggiunge nel modo migliore la verità e che visioni mostruose dei sogni appaiono meno.” (Repubblica, IX 571e-572a).

 

 

 

Nell’ultimo capitolo di Repubblica viene raccontata la storia del “valoroso Er, figlio di Armenio”, dove si comprende, fin dalle prime parole del capitolo X, come l’anima del morto uscita dal corpo avesse camminato con molte di queste fino alla fine del viaggio dove rientra nella carne (cioè torna alla vita dodici giorni da quando Er era defunto in battaglia):

 

 

 

“Costui era morto in guerra e quando dopo dieci giorni si raccolsero i cadaveri già putrefatti, venne raccolto ancora incorrotto. Portato a casa, nel dodicesimo giorno stava per essere sepolto. Già era deposto sulla pira quando risuscitò e, risuscitato, prese a raccontare quello che aveva veduto nell’al di là. Ed ecco il suo racconto. Uscita dal suo corpo, l’anima aveva camminato insieme con molte altre ed erano arrivate a un luogo meraviglioso, dove si aprivano due voragini nella terra, contigue, e di fronte a queste, alte nel cielo, altre due” [X 614 a].

 

 

 

Il fatto è che Cicerone[1] prima e Macrobio[2] poi possano paragonare Il sogno di Scipione nel X libro della Repubblica di Platone è un dato storico, che tanto ha influenzato il Medioevo, ma Scipione Emiliano fa un sogno, mentre Er è morto, “ancora incorrotto” fra “i cadaveri già putrefatti” e nel racconto resuscita appena prima di essere posto sul rogo. Un conto è il viaggio di un’anima nell’aldilà, che alla fine insieme col corpo ritorna alla vita ordinaria, e un altro conto è una visione onirica di uno che è vivo e sano.

A Scipione Emiliano era apparso in sogno il proprio avo, Scipione l’Africano, che gli preannuncia le future imprese e l’oscura morte. Oltretutto Cicerone, che prende l’idea da Platone, non nomina né il dio Ade né il suo Tartaro né l'Elisio e non prende posizione riguardo al risorgere dalla morte, ma parla di un sogno nel “paradiso”, il quale si trova nella Via Lattea. E’ lì che si rivolgono le anime dei giusti. Prima di raggiungere il proprio fine sono costretti a peregrinare per la Terra per diverse generazioni, ma è solo impegnandosi in politica e realizzando il proprio dovere verso lo Stato possono accedere a questo "paradiso"; le anime possono contemplare l'intero Universo, le stelle e i pianeti che rotano per l’eternità, osservare la Terra dall'alto e rendersi conto di quanto sia minuscola,


[1] Cicerone M. Tullio, Il sogno di Scipione, Selleria, Palermo, 2008.

[2] Microbio, Commento al sogno di Scipione, Testo latino a fronte, Bompiani, Milano, 2007.

 

vedere le fasce abitabili, i mari e gli oceani… e udire la musica delle sfere.

Il viaggio di Ulisse, Scipione, Enea o Dante sono chiaramente espressioni letterarie e fatti con il corpo; quello di Er no, perché la parte di carne stava con gli altri corpi già putrefatti. Cicerone fa di tutto per parlare di un sogno o di una visione onirica perchè “non si può immaginare niente di così assurdo, incoerente, mostruoso che non possa apparirci in sogno”:

 

“In séguito, quando ci congedammo - scrive Cicerone - per andare a dormire, un sonno più profondo del solito s'impadronì di me, stanco sia per il viaggio sia per la veglia fino a notte fonda. Quand'ecco che (credo, a dire il vero, che dipendesse dall'argomento della nostra discussione: accade infatti generalmente che i nostri pensieri e le conversazioni producano durante il sonno un qualcosa di simile a ciò che Ennio dice a proposito di Omero, al quale, è evidente, di solito pensava da sveglio e del quale discuteva) m'apparve l'Africano, nell'aspetto che mi era noto più dal suo ritratto che dalle sue fattezze reali; non appena lo riconobbi, un brivido davvero mi percorse; ma quello disse: “Sta’sereno, deponi il tuo timore, Scipione, e tramanda alla memoria le parole che ti dirò”. (Somnium Scipionis, 6.10).

 

E qui Cicerone, che non è né filosofo né scienziato, ma un retore (colui che parla acconciamente e ornatamente) si lascia andare alla bellezza del proprio discorso dimenticandosi (e a volte contraddicendosi) di aver definito il sogno come una menzogna per cui “la conclusione è che ai sogni non si deve attribuire assolutamente alcun valore, tanto più che quelli che fanno sogni non sanno prevedere nulla in base a essi, quelli che li interpretano ricorrono a spiegazioni vaghe, non a leggi naturali, e il caso, nel volgere di innumerevoli secoli”. [De divinatione, Liber II  1 LXXI].

Che appaia l’Africano al nipote, passi! (artefatto letterario). Grande soldato, vincitore di Annibale, muore a Liternum nel 183 a. C., mentre l’Emiliano nasce nel 185 a.C.; inoltre non era suo nipote, ma fu adottato da Publio Cornelio Scipione e quindi l’Africano non lo ha mai visto e non gli ha mai parlato; la prima volta che si parlano è da Massinissa durante il Somnium (“mi apparve in sogno perché avevamo parlato di lui … e dall’aspetto che mi era familiare più dal suo ritratto…”), ma l’Africano gli preannunzia le future azioni militari e civili, la sua vita (azione dopo azione) e l’”oscura” morte a 57 anni (poteva trattarsi di un avvelenamento, oppure di un infarto, di un ictus … qualcosa di patologico ovvero di non criminale) e lo fa con una precisione sbalorditiva tanto che i sogni sembrano prevedere tutto e nulla a loro sfugge.

Ora se Marco Tullio dice che “la divinità non è causa dei sogni, né vi è alcuna connessione fra la natura e i sogni, né la scienza dei sogni si è potuta stabilire mediante l'osservazione, la conclusione è che ai sogni non si deve attribuire assolutamente alcun valore”, per quale ragione ha voluto scrivere le splendide pagine del Somnium citando più volte Platone sulla custodia dell’anima nella sua prigione corporea? E poi come è che un rude soldato (per di più parlando con un altro militare) dopo morto, per le azioni e le virtù statali nell’orbem lacteum, parli come un filosofo e uno scienziato, con cognizione di causa? Forse perché grazie alle sua morigeratezza, onestà e integrità stava al centro del paradiso? Addirittura conosce per certo il misterioso fenomeno che gli uomini non sentono, l’armonia delle sfere, perché quando sono nati già c’era e faceva un rumore assordante “dato nessun senso è infatti debole come l’udito”. A differenza di Aristotele, Cicerone non ci pare che abbia accreditato due specie di sogni premonitori: precognizione dello stato di salute di colui che sogna e sogni che causano la propria effettuazione, mediante specifiche azioni, per cui appare come un evoluto razionalista.

Molto interessanti le argomentazioni di Cicerone sulle previsioni (prese da Antifonte, Crisippo, Antipatro …), ma questo quando poi bastava comprare per pochi sesterzi uno dei tanti libercoli allora in commercio sull’interpretazione dei sogni e leggerlo[1]:

 

“Del resto, le previsioni degli interpreti non indicano anch'esse le varie sottigliezze di costoro anziché il potere e l'interconnessione della natura? Un corridore che si riprometteva di andare alle Olimpiadi sognò di esser trasportato da una quadriga. La mattina dopo, eccolo dall'interprete. "Vincerai", gli disse costui; "la velocità e l'impeto dei cavalli hanno questo significato." Poi si recò da Antifonte. “E’ destinato" gli rispose "che tu perda; non capisci che nel sogno quattro corridori ti precedevano?" Ecco un altro corridore (e di questi


[1] Però si veda Marco Aurelio, che stimava molto il sogno guaritore, Galeno che fece un’operazione chirurgica che aveva sognato, Frontone, Cratippo, Dicearco che rimisero in gioco la teoria religiosa, Dione Cassio che dice che le sue Storie sono ispirate da un sogno, Plutarco, che smise di mangiare le uova per via di certi sogni … 

sogni e di altri della stessa specie è pieno il libro di Crisippo, pieno quello di Antipatro; ma ritorniamo al nostro corridore): riferì a un interprete che aveva sognato di essere trasformato in un'aquila. E quello: "Hai bell'e vinto; ché nessun uccello vola con più impeto di questo." Ma Antifonte: "Stupido! Non capisci che sei già sconfitto? Quest'uccello, l'aquila, poiché insegue e dà la caccia agli altri uccelli, vola sempre per ultima rispetto a loro."[LXX144].

Già da molti secoli era in auge nel modo greco il culto popolare di Asceplio (ad es. nel tempio di Epidauro), i cui santuari erano veri e propri centri di terapia, dove si prescrivevano dei rimedi basati su ginnastica, diete e pratiche medico-terapeutiche come l'incubazione, ossia una specifica forma “divinatoria” ottenuta attraverso i sogni. I malati si sdraiavano e dormivano in un tempio al dio dedicato o in un recinto o area sacra, nella speranza che Asclepio facesse loro visita in sogno per guarirli. Il più celebre tra gli “asclepiadi” fu Ippocrate (Kos, 460 a.C. circa – Larissa, prima del 377 a.C.), il simbolo stesso dell’arte medica, che diceva che, mentre la psyche nel periodo di veglia viene influenzata e controllata dalle sensazioni corporee, nel sonno è sciolta, autosufficiente, non soggetta a regole, poiché il corpo del dormiente è libero dalle impressioni dei sensi, dalle pulsioni della sensualità, dalle modalità delle percezioni … Quindi l’anima, durante il sonno, sarebbe provvista in tutto delle intere funzioni sia psicologiche che fisiologiche. Il sogno ha un forte valore diagnostico e durante il sonno l’anima è in grado, sotto forma d’immagini, di comprendere le cause della malattia; il sogno ha un aspetto terapeutico e nel sogno si riverbera lo stato di salute della persona.

Il trattato ippocratico Sulla Dieta[1] fu un esperimento e una prova di razionalizzare l’oneiriokritke facendone una sorta di semeiotica e di diagnostica per il medico. La "scienza della salute" è un sapere storico per l’attività anamnestica (il ricordare) e diagnostica (la diagnosi da riconoscere attraverso i sintomi, ossia l'accidentale) e delle loro sindromi (il loro concorre insieme), una scienza naturale per l'attività prognostica-predittiva e una tecnologia per l’attività terapeutica. E la finzione del sogno, che ammette sogni sia divini che premonitori, oltre che quelli terapeutici, interessa il medico “perche l’anima diventa padrona di se stessa” e nel IV secolo “ogni sogno ha per argomento [a detta di Ippocrate, invero, la fisiologia] la persona del sognatore” (S. Freud nel XIX secolo d. C.).

 Si veda anche Galeno che Sulla diagnosi che si ricava dai sogni [2] afferma che “nel sonno l’anima sembra affondare nella profondità del corpo, ritraendosi dagli oggetti sensoriali esterni, e in questo modo prende coscienza delle condizioni del corpo”.

Ed infine esistono le Cronache di Epidauro[3] [in Argolide dal V secolo a. C. fino all’Asclepieo di Pergamo in età adrianea], ossia le testimonianze delle miracolose guarigioni avvenute per


[1] Ippocrate, Sulla Dieta, ed. R. Joly, Belles Lettres, Paris, 1967.

[2] Claudio Galeno, De dignotione ex insomnis, ed G. Guidorizzi, Bollettino per l’edizione nazionale dei classici greci e latini, N.S. 21 1973.

[3] L. ed E. Edelstein, Asceplius, 2 voll. Salem, 1988.

incubazione.

Con Elio Aristide (117 – 180 d. C. ) nei  “Discorsi sacri: il mistico legame con Asclepio”(II, 31-32) prende piede la concezione del sogno come evento personale, privato e soggettivo e, soprattutto, con l’affermarsi del Cristianesimo il sogno diventa un fatto individuale, legato a un maggiore interesse verso la fede nei miracoli e nelle profezie.

Il libro di Steven F. Kruge, “Il sogno nel Medioevo”, inizia con le parole: "Il nostro secolo è il secolo del sogno privato”[1]; ha ragione! Però dimentica autori come Elio Aristide e, anche se gli dedica un intero capitolo, Luciano di Samosata e Artemidoro, i quali pur sapendo che il sogno incubatorio era mandato dagli dei, si chiedono inoltre

 

… se la causa della nostra attività onirica sia esterna a noi e risieda negli dei oppure se il sogno motivato da qualcosa di interno a noi che dispone l’anima in un certo qual modo”[2].

 

Il nevrotico retore, autore dei Discorsi sacri, una sorta di storia della sua malattia – psicosomatica per la verità! - tormentata dalle rivelazioni, dai sogni, dai suggerimenti “oracolari” … sogna di sognare:

 

“Il sogno era questo. Mi pareva di produrmi in un discorso alla presenza di certe persone, e che nel bel mezzo di una declamazione invocavo il dio con queste parole: ”Signore Asclepio, se è vero che io sono superiore nell’ eloquenza, e lo sono di molto, concedi a me la salute, e fa’ che crepino gli invidiosi!”. Sognavo poi che avevo già fatto questo sogno, e che fattosi giorno prendevo un libro e leggevo, trovandovi le parole da me pronunziate; e pieno di stupore dicevo a Zosimo: “Guarda, ciò che mi pareva di dire in sogno lo trovo scritto qui nel libro”. E così ho aggiunto anche questo recente episodio a quelli passati: se con ciò ho colto le intenzioni del dio, solo lui può saperlo con certezza.” ( I. L. d, 69).

 

Luciano di Samosata[3] fa raccontare al suo sogno la propria scelta di vita tra la Scultura e l’Eloquenza tanto che gli amici di suo padre si consultavano e i più reputavano che la Scultura fosse l’arte migliore da apprendere per il giovane e altri ritenevano, invece, la Letteratura, per quanto avesse bisogno d’impegno e di buona sorte:

 

“Due donne, presomi per le mani, mi tiravano ciascuna a sé con sì gran forza e violenza che per poco in quel tira tira non mi fecero in due pezzi: ché ora prevaleva una e mi teneva tutto a sé, ora venivo in potere dell’altra. Si bisticciavano e gridavano: Egli è mio, e me lo vo’ tenere. No, non è tuo, e non devi pigliarti l’altrui. L’una era un donnone, un’artigiana, coi capelli scomposti, le mani callose, la veste succinta, tutta impolverata, com’era lo zio quando scalpellava i marmi; l’altra di assai bell’aspetto, e composta, e ornatamente vestita. Infine lasciarono a me decidere con chi volessi andare.”

 

Giustamente Sigmund Freud dichiara che il sognare il “sognato” (e vederlo avvenire) è la realtà vera, ossia la prosecuzione dell’attività onirica è quello che il sognatore vorrebbe che fosse, ma che non è. Più privato, personale ed egocentrico di così!

Ad esempio, il sogno di Medea nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (295-215 a. C.) è come una visione onirica “fotografica” di se stesso che si manifesta a Medea (la quale confessa a se stessa attraverso l’inconsapevolezza e l’ipnosi/narcosi del sonno), riuscendo ad “auto -persuadersi  ed auto -convincersi” che Giasone la ama e la farà sua sposa.

Tre secoli dopo, nell’Asino d’oro di Apuleio di Madaura, al protagonista Lucio, trasformato in asino, appare Iside in sogno che gli preannuncia la fine delle sue disgrazie e sofferenze; lui però già sa come tutto ciò che dovrà fare; il giorno appresso è la festa della dea e Lucio dovrà avvicinarsi al sacerdote e mangiare i petali delle rose della sacra corona di fiori, solo così potrà essere nuovamente un uomo e diventerà un adepto del culto misterico di Iside e, quindi, otterrà felicità e beatitudine eterna dopo la morte.

E’ questo il tempo in cui il Sigmund Freud ne L'interpretazione dei sogni (1900) afferma: “Ciò che un’epoca dominava in pieno giorno, sembra confinato nella vita notturna” [cioè oggi].

Sinesio di Cirene (373 – 414), Calcidio (IV secolo d.C.) e Ambrogio Teodosio Macrobio (V secolo


[1] Steven F. Kruge, “Il sogno nel Medioevo”, Milano, Vita e Pensiero, 1996.

[2] Artemidoro da Daldi, Onirocriticon (I-6).

[3] Luciano di Samosata, Il sogno, o La vita di Luciano, Traduzione di Luigi Settembrini (1862).

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