I Sogni 2

le sue pos­sibilità sociali sono assai ristrette: vi incontriamo sol­tanto i nostri conoscenti, mentre nel mondo dei sogni si possono avvicinare, sia pure di sfuggita, gli amici lontani, i morti, gli dèi; normalmente è l'unica espe­rienza che ci sottrae alla tirannia penosa e incompren­sibile del tempo e dello spazio. Non è quindi sorpren­dente che si sia esitato ad attribuire realtà ad uno solo di questi due mondi, liquidando l'altro come mera illusione.”

 

I sogni, per la maggior parte dell’età antica, provengono dall’esterno del corpo del dormiente, vi vengono mandati dagli dei o dai daimon, presenti nel nostro stesso mondo o un anima “separata” dal corpo col quale vive l’esperienza della vita; hanno uno spazio e un tempo diversi da quelli della veglia, ma di loro non si può dire senza tempo né spazio.

Il vescovo di Tolemaide (per volontà popolare, ma pagano per proprio volere) Sinesio da Cirene (373-414) lo dice, ma con un’iperbole per dare libertà al sogno staccandolo dalla materialità quotidiana, facendo del dormiente un “quid” di separato dalla realtà, completamente libero dalle leggi fisiche e biologiche quali il volo, l’incontro con gli dei o il linguaggio degli animali.[1] Nel De insomniis Sinesio, in consonanza con l'attenzione neoplatonica per il fenomeno onirico, traccia un’investigazione sui sogni, presentando una ricerca incline a capire l'origine interiore del sogno e non un manuale "filosofico" (accessibile ai dotti) di onirocritica.

Artemidoro di Daldi (II secolo d.C.), l’indovino nato ad Efeso, ma vissuto anche a Roma, mette a nostra disposizione una panoramica esauriente della materia onirica dei suoi tempi, assegnando una sistemazione pseudo-scientifica ai sogni, alle visioni oniriche, ai sogni angosciosi e alle visioni mostruose, agli incubi e alle apparizioni divine … interpretati come profetici e simbolici, di modo che il presente, il passato ed il futuro dei sognanti possa svolgersi leggendo tutta la historia del mondo onirico.

Ma sappiamo che sette secoli prima di Artemidoro esisteva ad Atene un noto “teratoscopo” (interprete di meraviglie), Antifonte, autore di un libro dei sogni di cui parlerà Cicerone, contemporaneo di Socrate e identificato con il rinomato sofista.

Anche Platone dedica uno dei suoi “enigmatici” dialoghi antisofistici sulla conoscenza come doxa vera accompagnata da logos (alla fine la questione è senza soluzione, ma dove i benefici della maieutica sono grandi) e l’argomento è rivolto ad un sogno che Teeteto ha avuto da un “anonimo” e il tema da discutere è “la conoscenza è opinione vera con ragione (ten men meta logou alethe doxan epistemen einai)” (201c-d). Ma tutto è spostato al giorno appresso: “ritroviamoci qui di nuovo domattina, o Teodoro”[2].


[1] Sinesio da Cirene, I sogni, Adriatica, Bari, 1962.

[2] Teet. 210 c Teodoro o Teeteto aveva già discusso della veglia e del sonno, della pazzia e del sogno: “E ci rimane a dire dei sogni e delle malattie, e, fra queste, massimamente della pazzia, e cioè insomma di quel tra udire o travedere o comunque tra sentire che si dice appunto [di coloro che sognano, o dei malati, o dei pazzi]. Perché tu sai bene che tutto ciò sembra essere per comune consenso una prova inconfutabile contro il ragionamento che facevamo or ora, in quanto che, se ci sono [158a] sensazioni fallaci, quelle che si generano nei casi sopra detti sono certamente le più fallaci di tutte; e ben lungi dal ritenere che quel che a ciascuno apparisce sia anche realtà, si ritiene anzi, tutt’al contrario, che niente sia realtà di quello che apparisce. TEET. Hai perfettamente ragione, o Socrate. SOCR. Quale argomento rimane allora, o figliolo, a chi sostiene che la sensazione è conoscenza, e che quel che a ciascuno appare, codesto anche è per quegli cui appare? TEET. Io non ho più il coraggio, o Socrate, di dirti che non so che dire; ché proprio ora mi hai dato addosso per averti risposto così. Ma in verità io non saprei [b] come mettere in dubbio che non abbiano opinioni false coloro che sono pazzi o che sognano, quando c’è, per esempio, tra quelli, chi crede di essere dio, e tra questi, chi s’immagina d’avere le ali e di volare nel sonno. SOCR. O forse tu neanche hai in mente quel tale dubbio che si può mettere innanzi a proposito di costoro, e massimamente a proposito della veglia e del sonno? TEET. Quale? SOCR. Questo: più volte io credo tu abbia sentito persone chiedere qual prova si potrebbe dare a dimostrazione [che si è svegli o no], quando uno, per esempio, ora stesso, così sul momento, ci venisse a domandare se dormiamo e se sia sogno tutto quello che stiamo pensando, oppure se [c] siamo svegli e proprio da svegli ragioniamo tra noi. TEET. Certamente, o Socrate, una prova dimostrativa è difficile darla; perché tutto [nella veglia e nel sonno], si succede perfettamente uguale, quasi fossero l’uno il contrapposto dell’altro. E difatti, questi ragionamenti che abbiamo fatti ora, niente impedisce che potremmo credere di farli tra noi anche dormendo; e quando in sogno ci par di raccontare sogni, assai singolare è la somiglianza di quel che ci capita dormendo con quello che facciamo da svegli. SOCR. Tu vedi dunque che suscitar dubbi a questo proposito [d] non è difficile, quando persino si dubita se si è svegli o si dorme; e poiché il tempo in cui dormiamo è uguale a quello in cui siamo svegli, in ciascuno di questi intervalli la nostra anima si batte per sostener che sono vere unicamente quelle opinioni che ella ha di volta in volta come presenti; cosicché per un eguale tempo diciamo che sono vere queste [della veglia], per altro eguale tempo quelle [del sogno]: e sempre, ora per le une ora per le altre, battagliamo con pari ardore. TEET. Precisamente così. SOCR. Ebbene, per i casi di malattia e di pazzia non si deve fare lo stesso ragionamento, pur astraendo dal tempo che non è uguale? TEET. Giusto. SOCR. Che forse dalla maggiore o minor durata del tempo sarà definita [e] la verità? TEET. Sarebbe cosa ridicola in ogni modo. SOCR. Ma hai tu altro segno evidente per dimostrare quali di queste opinioni sono vere? TEET. Non mi pare. …”

“C’è una distinzione, o Socrate, che io ho sentito dire da uno, e me ne ero dimenticato: ci ripenso ora. Diceva colui che conoscenza è la opinione vera accompagnata da ragione; [d] e che opinione senza ragione è al di fuori di conoscenza: che quindi le cose di cui non si dà ragione non sono "conoscibili" - questa parola adoprava, - quelle di cui si dà ragione, conoscibili. SOCR. Hai fatto bene a dirmelo; ma dimmi anche come li distingueva colui questi tali conoscibili dai non conoscibili; ch’io veda se per caso non abbiamo sentito dire allo stesso modo, io e tu. TEET. Non so se lo potrò ritrovare questo da me; ma se un altro me lo dice, potrò, credo, seguirlo. SOCR. Ascolta dunque in cambio di un sogno un altro sogno. … Orbene, quando di qualche cosa uno riesca a formarsi la opinione vera, ma [c] senza ragione, l’anima sua, riguardo a codesta cosa, è nel vero, ma non la conosce, perché non ha conoscenza di una data cosa chi non è capace di darne e riceverne ragione; chi invece riesca ad annettervi e cogliervi la ragione, costui è capace di tutto codesto, ed è anche, rispetto al conoscere, nella condizione migliore. E’ così il sogno che tu udisti, o altrimenti? TEET. Proprio così. SOCR. Allora, ti soddisfa definire in questo modo, che conoscenza è opinione vera accompagnata da ragione?”

 

Sarebbe Antistene, forse, l’Anonimo autore del sogno, unico tra i discepoli di Socrate (dopo una lunga frequentazione dei Sofisti) che non si allontanerà dalla città dell’Attica e che fondò nel ginnasio ateniese di Cinosarge una scuola cinica di cui si direbbe che le tematiche dialettiche connesse al metodo del “maestro” erano proprio quelle che era rimaste senza risposta.

Per il mondo classico, eccezione fatta per Aristotele e alcuni suoi seguaci, discepoli e ammiratori che l’hanno superato[1] (il quale osserva nel sogno un qualcosa di percepito già allo stato di veglia - illusioni degli uomini normali o allucinazioni dei malati di mente), l’esperienza onirica e il sogno rimandano a qualcosa di:

 

1) oggettivo, reale e concreto, sia esso legato al divino o al magico che all’ordinario (ad es. la maggior parte dei sogni che compaiono in Omero, in Erodoto[2], nei Tragici[3], nei Poeti greci e


[1] Cfr. Lucrezio: “Così tutte le altre attività e arti per lo più paiono nei sogni tenere prigionieri di fallaci immagini gli animi degli uomini. E chiunque per molti giorni continuamente fu presente e attento agli spettacoli quando ha ormai cessato di percepirli coi sensi conserva tuttavia aperte nella sua mente altre vie, per le quali possono entrare i medesimi simulacri”. De rerum naturae 971 – 977; M. T. Cicerone, De divinatione, Liber II  1 LXXI: "I sogni si possono osservare. In che modo? Ve ne sono innumerevoli varietà. Non si può immaginare niente di così assurdo, incoerente, mostruoso che non possa apparirci in sogno: in che modo queste visioni infinite e sempre nuove si possono ricordare o registrare mediante l'osservazione … Ma dimmi un po' quale è l'ordine o la coincidenza dei sogni; in che modo, poi, si possono distinguere i sogni veri dai falsi, poiché gli stessi sogni danno luogo a risultati diversi per le diverse persone, e nemmeno per la stessa persona l'evento è sempre uguale? Sicché mi sembra stranissimo che, mentre a un bugiardo siamo soliti non credere nemmeno quando dice la verità, codesti fautori dei sogni, se una volta tanto un sogno si è avverato, non neghino fede a quell'unico fra tanti, invece di legittimarne innumerevoli sul fondamento di uno solo. … Se, dunque, né la divinità è causa dei sogni, né vi è alcuna connessione fra la natura e i sogni, né la scienza dei sogni si è potuta stabilire mediante l'osservazione, la conclusione è che ai sogni non si deve attribuire assolutamente alcun valore, tanto più che quelli che fanno sogni non sanno prevedere nulla in base a essi, quelli che li interpretano ricorrono a spiegazioni vaghe, non a leggi naturali, e il caso, nel volgere di innumerevoli secoli, ha prodotto in ogni campo più effetti mirabili che nelle visioni dei sogni, e niente è più incerto dell'interpretazione, la quale si può trascinare in varie direzioni, spesso in direzioni addirittura opposte”; Petronio: “Sogni, o sogni, che divertite la mente con le vostre ombre svolazzanti. Non i santuari degli dèi, né essi stessi, gli dèi, dal cielo li mandano, ma ciascuno a sé li finge". Dovendo confortare Nerone scriveva, in un suo noto epigramma, che i sogni avevano origine nel sognatore stesso.

[2] Artabano è obbligato da Serse ad indossare i  propri abiti e a dormire nel letto del Re per ingannare il sogno. “Queste visioni di sogni – dice il consigliere - che s’aggirano di solito non sono altro che quello che uno pensa durante il giorno” (Erodoto, Le storie - Libro VII). Ma alla fine anche lui - unico scettico - si convince che quel sogno era il volere del fato.

[3] Ad es. Eschilo (V sec a.C.) cfr. l’Orestea  e I Persiani: a) sogno di Clitennestra: la regina sogna di generare un serpente, che succhiava il sangue dal suo seno (il figlio Oreste); b) sogno di Atossa che vede il figlio Serse che tenta di sottomettere due donne, “l'una in pepli persiani, l'altra in abiti dorici”, ma la seconda non si lascia dominare e corrisponde alla figura dei Greci. Secondo Euripide i sogni erano emissari divini “… figli di Gea la terra, figli della notte e fratelli del sonno” e in tutto il teatro classico hanno il ruolo da protagonisti.

latini[1] o nella Bibbia e in tanti altri documenti civili o religiosi);

 

2) legato ad un mondo degli spiriti dove un’anima temporaneamente fuori dal corpo ha una visione dell’intero (confronta Pindaro: “Il corpo di ciascun uomo segue la chiamata della morte possente. Ma viva ancora rimane un'immagine di vita, perché questa sola viene dagli dèi. Dorme mentre le membra agiscono, ma quando l'uomo dorme, spesso mostra nei sogni una decisione di gioia o di avver­sità futura[2]);

 

3) qualcosa che avviene, vuoi all’interno che all’esterno del corpo, da interpretare con un simbolismo più o meno complesso.

 

Ogni animale, dice Aristotele, stando sveglio una gran parte della giornata, deve avere la possibilità anche di dormire, dal momento che non è possibile che resti sempre in attività (e al contrario, non può sempre dormire). Difatti nel De Somno et vigilia scrive:

 

“Dunque che tutti gli esseri viventi partecipano del sonno è chiaro da queste considerazioni. L’animale, infatti, è definito dal possesso della sensazione, e diciamo che il sonno è in qualche modo l’immobilità e quasi la paralisi della sensibilità, mentre la veglia ne è lo scioglimento e la liberazione. … Poiché è impossibile nel modo più assoluto che un animale mentre dorme eserciti qualsivoglia sensazione, è chiaro che nello stato chiamato sonno tutti i sensi si trovano nella stessa condizione. … E’ chiaro quindi per molte ragioni che il sonno non consiste in ciò che i sensi stanno inattivi e non se ne fa uso, o che non sono in grado di sentire. … Il sonno sopraggiunge quando l’impossibilità di usare i sensi colpisce non un sensorio qualunque, né per un motivo qualunque, ma, come s’è detto adesso, l’organo primario (il tatto) mediante il quale uno sente tutte le cose."[3]

 

Ma passando al sogno, che analizza in modo freddamente razionale, in Sui sogni, dopo essersi chiesto “in che modo si produce il sogno” ed avere detto che è una facoltà che appartiene anche agli animali, termina dicendo che "… il vero sogno è un’immagine che proviene dal movimento delle sensazioni, quando si dorme – e si intende dormire nel senso stretto del termine." (462 a 30).

Ma è in De divinatione per somnum che lo Stagirita si allontana decisamente da quasi tutte le teorie sul sogno esistenti fino alla sua epoca, affermando che il dormiente immagina solo quel che ha percepito allo stato di veglia. Ci sembra che Aristotele abbia accettato due specie di sogni premonitori: i sogni che danno prescienza delle condizioni di salute di colui che sogna e i sogni che producono il proprio adempimento, suggerendo a colui che sogna determinate azioni.

 

“Ma allora è vero che tra i sogni alcuni sono cause, altri segni, ad esempio di quel che capita al corpo? I medici più acuti dicono che bisogna badare con molta attenzione ai sogni – ed è ragionevole che così la pensino anche coloro che, pur non avendo pratica dell’arte, ricercano e approfondiscono la verità. Gli stimoli che si producono di giorno, a meno che non siano molto grandi e forti, ci sfuggono di fronte a quelli più grandi della veglia. Nel sonno succede il contrario, perché anche i piccoli stimoli sembrano grandi. … Di conseguenza, poiché gli inizi di tutte le cose sono piccoli, è chiaro che lo sono anche gli inizi delle malattie e degli altri accidenti che devono prodursi nel corpo. E’ evidente, quindi, che tali sintomi sono manifesti più nel sonno che nello stato di veglia. E’ in verità non è assurdo che talune immagini che si presentano nel sonno siano causa di azioni proprie a ciascuno di noi. … Così pure è necessario che i movimenti che hanno luogo nel sonno siano spesso gli inizi delle azioni fatte poi durante il giorno, giacché anche qui l’idea di queste azioni si trova agevolata la strada delle rappresentazioni della notte.” (463 a 4 e  sgg.).

 


[1] Callimaco portato in sogno da Cirene fin sull’Elicona, dove le Muse - che già l’avevano fatto con Esiodo - gli avevano concesso l’investitura poetica. Come Ennio che nel Proemio dei suoi Annales viene in sogno definito come “l’alter Omerus”. 

[2] Pindaro, fr. 116 B. (131 S.).

[3] Aristotele, De Somno et vigilia, 454 b - 455 b. 

E termina negando anche i sogni mandati dagli dèi, congetturando che se questi volessero infondere conoscenze agli uomini, lo farebbero di giorno, prediligendo e scegliendo con maggior cura i riceventi e ribadendo che sono opera “demonica” e non divina.

 

“Poiché, in generale, anche alcuni animali oltre l’uomo sognano, i sogni non possono essere mandati da dio, e non esistono in vista di tale scopo: sono quindi opera demonica, perché la natura è demonica, non divina. Ed ecco la prova: uomini veramente semplici sono capaci di prevedere e hanno vividi sogni: ciò dimostra che non è dio che manda i sogni, ma tutti quelli che hanno natura ciarliera e strabiliare vedono visioni di ogni sorta. Dal momento che essi sono soggetti a stimoli numerosi e di ogni sorta, riescono ad avere casualmente visioni simili agli eventi e indovinano in questo come chi gioca a pari e dispari, perché anche a questo proposito si dice: "A furia di tirare, una volta o l’altra ce la farai": lo stesso succede qui. Non è affatto assurdo, quindi, che molti sogni non si realizzino, come non si realizzano certi sintomi che si hanno nel corpo o certi segni celesti, quelli ad esempio, che preannunciano piogge o venti. … Questi impulsi producono delle immagini che permettono la previsione di quel che può capitare in tali casi. Ed è per questo che tali fenomeni si verificano negli uomini ordinari e non in quelli più saggi. Di giorno si verificherebbero anche nei saggi, se fosse dio a mandarli. Ma, com’è la cosa, è naturale che siano gli uomini ordinari a prevedere, perché il pensiero di costoro non è portato alla riflessione, ma, per così dire, è deserto e vuoto di tutto, e, una volta stimolato, è condotto secondo l’impulso stesso.” (463 b 15 - 464 a 20).

 

Ma qui ritorna l’anima “psichica” connessa con un daimon, “possente mediatore fra il mortale e l’immortale …”, di condizione intermedia, al quale spetta di “congiungere l’umano al divino … colmando l’immenso vuoto che separa i due mondi” (Convito 202) ed “ha luogo ogni commercio e colloquio dei numi coi mortali, sia nella veglia che nel sonno; e chi s'intende di tali cose è un uomo demonico[1], mentre chi è pratico d'altro, di qualsiasi arte o mestiere, è un volgare profano” (Convito 203 a).

Il termine “demonico” è senza altro di definizione pitagorico-platonica (o perlomeno noi, in tutta l’opera di Aristotele, non l’abbiamo trovata). Nell’Eudemo, opera dialogica della prima produzione aristotelica, il filosofo sembra considerare la vita terrena come un esilio; sono, infatti, le teorie platoniche soprattutto del Gorgia e del Fedone che segue, ma nel De Philosophia, scritta tra il 355 ed il 354 a. C., supera la visione platonica.

“La propria qualità interiore – scrive Eraclito – per l’uomo è un demone”. “Ethos” è la disposizione per l’uomo che è demonica ed è questo che permette lo scambio di parole ed azioni con gli dei. Platone nel X libro della Repubblica scrive: “Non sarà il dèmone a scegliere voi, ma voi il dèmone .... La virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora, tanto più ne avrà; quanto meno la onora, tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa" [617e ]. Il demonico è alla ti metaxy toutoin, ossia la condizione intermedia che possiede l’uomo, come demoni ed eroi che mandano sogni e presagi, mentre l’uomo li riceve.

Facciamo attenzione a non confondere il “demonico” con il demoniaco, ossia il demone con il diavolo[2].

 

“Pertanto, - si legge nel fr. 12 di Aristotele - quando per il sonno l’animo è separato dal contatto e dal contagio del corpo, allora esso si ricorda delle cose passate, vede quelle presenti e prevede quelle future; giace infatti il corpo di colui che dorme come fosse il corpo di un morto, mentre l’animo è sveglio e vive … E così ancora più divino è nel momento in cui la morte si avvicina.”

 

Nel De divinatione ad Brutum 1. 53, Cicerone, riporta il fr. 1 del dialogo e ci narra di un sogno premonitore avuto da Eudemo, che dà precognizione delle condizioni di sanità o malattia del sognatore e la cui realizzazione suggerisce al dormiente specificate azioni.


[1] Ogni essere demonico sta in mezzo fra il dio e il mortale, non si prende il posto della divinità né decade a animale razionale, ma si limita a stare in mezzo mediando attivamente, a fungere da “ponte”.

[2] Giovanni nell'Apocalisse lo chiama “Drákon mégas”, altri con Diábolos o Satanàs o Belzebù o con gli infiniti nome che gli sono stati dati nella storia; questi non assomiglia per nulla al “daimon”. Prendiamo una citazione che va bene per tutti nel Medioevo: “Ci sono tre specie di sogni visioni: quelli che provengono da Dio, quelli che provengono dagli angeli, quelli che provengono da Satana. I sogni chiari vengono da Dio, quelli allegorici che hanno bisogno di essere interpretati provengono dagli angeli, i sogni confusi provengono da Satana, perché sono futili e Satana è la sorgente della futilità”. Ibn Khaldum, The Muqaddimah, An introduction to history, Pantheon Books, New York 1958, I, pp. 210, 211-212. 

“Scrive che Eudemo di Cipro, suo amico, mentre stava compiendo un viaggio verso la Macedonia, giunse a Fere ... governata con dominio crudele dal tiranno Alessandro. In quella città dunque Eudemo si ammalò così gravemente che tutti i medici avevano perso ormai ogni fiducia di poterlo salvare. Ecco, però, che nel sonno gli sembrò che un giovane di aspetto particolarmente bello gli dicesse ciò che sarebbe accaduto, e cioè che in breve tempo avrebbe riacquistato le forze, che, trascorsi pochi giorni, il tiranno Alessandro sarebbe morto e che lui stesso, Eudemo, al termine di cinque anni sarebbe tornato in patria. E scrive Aristotele che le prime predizioni invero trovarono quasi subito conferma. Eudemo guarì e il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie. Poi, essendo quasi trascorso il quinto anno e nutrendo perciò Eudemo, in conseguenza del sogno, la speranza di tornare in patria a Cipro dalla Sicilia, accadde che Eudemo morì davanti a Siracusa. In conseguenza di ciò quel sogno fu così interpretato, che l’anima di Eudemo, quando si separò dal corpo, allora sembrasse tornare in patria”.

 

Ed è qui che Aristotele ci pare ritornare alla tradizionale[1] teoria sui sogni, anche “perché la Natura è demonica”[2] (e questo non è certo un aggettivo aristotelico, ma è usato da lui ) e notiamo che egli credeva in due specie di sogni premonitori: quelli che danno prescienza delle condizione di salute del sognatore, inesistenti allo stato di veglia, e quelli che suggeriscono il proprio compimento e adempimento.

Alla fin fine quasi tutti, se accettiamo la classificazione di Artemidoro di Daldi[3] (Il libro dei sogni 1-2) ripresa da Microbio, cioè quelli veridici, Somnium, Oraculum, Visio, e di contro quelli falsi: Imsomnium, o le “visioni, Visum, lo stato di dormiveglia:

 

a)         il sogno simbolico o quello che ha un significato solo con la sua spiegazione,

 

b)        l’oracolo senza simbolismo o pre-rappresentazione di un evento futuro,

 

c)      quelli mandati dagli dei o da chiaroveggenza della mente

        (sia dal caso che per compimento di aspirazioni).

 

Ci sono perlomeno tutti i tipi di sogni; quel che manca nelle tecniche antiche è “ciascuno dei dormienti si ritira in un mondo proprio”, ossia “i dormienti sono artefici delle cose che accadono nel mondo” e al contrario attorno ad un sogno ci sono il sognatore, l’interprete e un’infinità di persone che fanno da pubblico.

Le cose cambiano quando il sognatore è da solo con il senso evidente della visione onirica, mentre il contenuto latente del sogno “... contiene il suo vero e proprio significato e il contenuto manifesto non è altro che una maschera, una facciata ... Non ha nessuna importanza se sono o meno mandati da una divinità (theios o oulos), da un demone o provengono dall’interno del corpo animale o dall’esterno, se sono visioni o spettri, non importa che siano veridici o falsi, non è necessario che siano una realtà oggettiva o no … quel che conta è il sognatore e il suo ruolo di commentatore, esegeta, interprete del proprio sogno. La tecnica analitica, grazie alle libere associazioni, permette di individuare ciò che è nascosto, il contenuto latente sempre pieno di significato, mentre quello manifesto è spesso del tutto insensato.”

 

“La tecnica che sto per esporre – dirà Freud - si differenzia da quella antica in un punto essenziale: essa impone il lavoro dell'interpretazione al sognatore stesso, rifiuta di prendere in considerazione, per ogni elemento onirico, quel che viene in mente all'interprete e accetta quel che viene in mente al sognatore.”

 


[1] “Ospite, i sogni sono vani, inspiegabili: non tutti si avverano, purtroppo, per gli uomini. Due sono le porte dei sogni inconsistenti: una ha battenti di corno, l'altra d'avorio: quelli che vengono fuori dal candido avorio, avvolgono d'inganni la mente, parole vane portando; quelli invece che escono fuori dal lucido corno, verità li incorona, se un mortale li vede.” Omero, Odissea, XIX 560-567:

[2] Alessandro Polistore in Diogene Laerzio 8 33: “l’aria è tutta piena di anime venerate come demoni ed eroi e sono esse che mandano sogni e presagi”.

[3] Trova addirittura l’etimo: “Il sogno ha sempre efficacia in quanto predice ciò che avverrà, suole suscitare principi e smuovere l’anima. Per questo ha il nome di oneiros, da on che significa vero, ed erein che significa dire”.

Continua