Cretesi e Micenei

Nel 1870 Heinrich Schliemann, un archeologo tedesco autodidatta che sino a cinquant’anni aveva esercitato la professione di mercante, usando i versi di Omero come punto di riferimento individuò sulla collina di Hissarlik, nella pianura presso il Bosforo, il luogo in cui era sorta Troia. Gli scavi ebbero un esito sensazionale e appunto in quel luogo vennero rinvenuti, uno sopra l’altro, i resti di ben nove città distrutte e ricostruite in fasi successive: così, l’evento che sino ad allora era stato considerato mito e poesia iniziò ad assumere contorni storici. Poco più tardi, nel 1876, lo stesso Schliemann portò alla luce le rovine di Micene, la capitale di Agamennone, e recuperò i corpi di alcuni membri della famiglia reale, i cui volti erano coperti da maschere d’oro di eccezionale e arcana bellezza: gli Achei di Omero, che partendo da Micene avevano distrutto Troia, erano anch’essi recuperati alla storia.

Pochi anni dopo, nel 1900, l’archeologo inglese Arthur Evans iniziò i suoi scavi a Cnosso, nell’isola di Creta, e fu premiato da un successo quasi incredibile: venne portata alla luce una civiltà ancora sconosciuta, fiorita a Creta almeno a partire dal 2500 a.C., che fu detta “minoica” (dal nome del re Minosse di cui parlano i miti). Questa civiltà conosceva la scrittura, anzi, le tavolette d’argilla graffite che vennero portate alla luce dimostrarono che a Creta nel corso dei secoli erano state usate tre scritture diverse, di cui due (la lineare A e la lineare B) erano scritture sillabiche, simili quindi a quelle che ci sono note dai documenti scrittori del Vicino Oriente. Anche tra le rovine delle città micenee della penisola greca, come Pilo e Tirinto, si trovarono centinaia di tavolette in lineare B, ma il linguaggio che registravano rimase a lungo indecifrato; l’ipotesi più diffusa in quell’epoca era che si trattasse di una lingua sconosciuta, comunque pregreca.

Bisogna aspettare ancora vari decenni per assistere a un altro passo decisivo: infatti, per quanto importanti fossero state le scoperte archeologiche, esse erano ancora mute, senza una base di registrazione scritta. Ma nel 1952 un altro dilettante - l’architetto inglese Michael Ventris, che aveva lavorato nel servizio crittografico inglese durante la seconda guerra mondiale - applicando alle tavolette in lineare B i metodi crittografici moderni, fece la sensazionale scoperta che esse erano scritte in greco, in una forma arcaica della lingua ma comunque affine a certi dialetti storici testimoniati in epoca più tarda (quelli che si parlavano in regioni marginali come Cipro o l’Arcadia): si potevano leggere distintamente parole omeriche quali «tripode», ossia un calderone a tre piedi (ti-ri-po-de nel sillabario miceneo), «re» (wa-na-ke, corrispondente all’omerico ἄναξ «signora», ovvero «dea» (po-ti-ni-ia, πότνια) e moltissime altre Così, la lingua greca entra nella storia a partire dal 1400 circa a.C. e prosegue ininterrottamente sino a oggi. Dai documenti e dall’archeologia è possibile farsi un’idea della civiltà micenea: una società guerriera, accentrata intorno al palazzo del principe; questo palazzo era generalmente fortificato e aveva il suo cuore in una grande sala centrale (il μέγαρον), che compare anche nei poemi omerici e che era nello stesso tempo sala del trono, sede del focolare domestico e sala delle adunanze; i micenei usavano il carro da guerra (di cui si servono gli eroi omerici dell’Iliade) e armi di bronzo; essi tendevano a espandersi al di fuori dei confini della Grecia continentale, e infatti sottomisero Creta e fondarono colonie e insediamenti in vari siti del Mediterraneo. Il nome di questo popolo compare ripetutamente nei documenti scrittori di altri popoli mediterranei dell’epoca: erano gli Akhiyawa degli Hittiti, gli Akawasha degli Egiziani, vale a dire quelli che in Omero chiamano se stessi “Achei".

Questo mondo così possente e dinamico crollò rapidamente attorno al 1200 a.C. I palazzi micenei recano i segni di incendi e distruzioni, che fanno pensare a incursioni di popoli stranieri